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mercoledì 11 aprile 2012

Manu Chao – Clandestino

Album d'esordio per l'ex cantante dei Mano Negra; un'uscita che in un primo momento sembra passare inosservata e che invece un silenzioso tam tam trasforma giorno dopo giorno in un fenomeno da classifiche internazionali. Forse anche la voglia del grande pubblico di musica latina ha contribuito a questa ascesa, premiando sia l'aspetto commerciale incarnato dai vari spaventosi Ricky Martin e Iglesias jr., sia il lato qualitativo impersonato dallo stesso Manu, da Jarabe De Palo (altro ripescato attraverso una sua canzone vecchia di qualche anno, "La flaca"), dagli stessi Buena Vista Social Club, gli incredibili super abuelos cubani.
In verità, "Clandestino" è un lavoro che va molto al di là dei ristretti limiti dei generi; certamente il mood complessivo riflette una latinità esplosiva, però internazionalizzata attraverso interpretazioni in diverse lingue (spagnolo, naturalmente, ma anche francese, portoghese ed un esilarante inglese in "Bongo bong", hit dell'album insieme alla title track). Credo che il grande merito di Manu Chao sia quello di aver capito quanto il mondo sia un grande melting pot, pieno di contaminazioni e di sangue bastardo; i linguaggi da lui usati sono il presente ed il futuro del pianeta (purtroppo non è presente l'italiano…) dove ognuno di noi si dovrà confrontare con le più svariate diversità, imparando la fatale parolina: tolleranza. E' ottimo presagio il fatto che il grande pubblico abbia premiato questo figlio di spagnoli, cresciuto a Parigi, individuando nel suo affascinante crossover la determinazione di agire su tante coscienze un po’ precarie. (Kalporz)

Tracklist
1. Clandestino
2. Desaparecido
3. Bongo bong
4. Je ne t'aime plus
5. Mentira…
6. Lagrimas de oro
7. Mama call
8. Luna y sol
9. Por el suelo
10. Welcome to Tijuana
11. Dia luna…dia pena
12. Malegria
13. La vie a 2
14. Minha galera
15. La despedida
16. El viento

http://www.myspace.com/manuchao

e la serie continuerebbe, c’è un pezzo che non sia la fine del mondo in questo disco?

Velure - Care For Fading Embers

Care for Fading Embers

Velure is an Australian band. They combine, in these two delicious releases, Care for Fading Embers and Songbox EP, all sorts of styles, verging not just on the trip-hop, but also on d'n'b, IDM, even pop-rock, etc. Although it sounds like you're in for another cold super-experimental band that is considered trip-hop only by Villeroy (ha, ha, ha), it's not exactly the truth. Especially Care for Fading Embers (dedicated to their producer, who died before the release of the album) is rather melancholic and warm. I am very tired at this hour and I haven't listened to them in a while, so I will let you imagine how a typical fancy review from me would sound like…

Tracklist
1. Music from Outside (3:56)
2. Do You Suppose? (4:09)
3. Words to Speak (4:52)
4. Hide the Fool (4:05)
5. Down Again (4:08)
6. Define Love (4:50)
7. Beautiful (4:26)
8. Recall (5:56)
9. Vivid and Blue (4:21)
10. Music from Outside (A Reprise) (3:17)

http://www.myspace.com/velure

domenica 8 aprile 2012

Ilya – Fathoms Deep

L'album inizia con un valzer, poi alterna tra delicati brani jazzati in stile lounge, altri più blues, alcuni movimentati da salse ed altri ritmi latini, pur non discostandosi troppo da una chiave pop romantica e leggermente barocca. Il gruppo inglese, attivo dal 2004, sembra fare dell'intrattenimento raffinato suo obiettivo primario e lo fa con classe e sobrietà. La cantante Joanna Swan potrebbe figurare nel novero delle grandi interpreti del passato. Un album destinato a non stancare...

Tracklist:
1 Port Erin Fair 4:25
2 Lean Down 4:15
3 On Vauxhall Bridge 5:43
4 Little Lamb 6:10
5 Hollow 5:00
6 Falcondale 5:53
7 I Fall 4:24
8 All I Got 5:50
9 In The Spring 5:22
10 20 Fathoms Deep 5:16

http://www.myspace.com/ilya

The Magnetic North - Orkney Symphony Of The Magnetic North

Orkney: Symphony of the Magnetic North

Well, would you? In January 2011, it’s the spark that led Orcadian singer-songwriter Erland Cooper to group together his Erland & The Carnival band mate Simon Tong and singer/orchestral arranger Hannah Peel (of last year’s solo ‘The Broken Wave’ album) to form a new group, The Magnetic North, with a distinct purpose: the recording of ‘Orkney: Symphony Of The Magnetic North’, a new album due for a 7th May release on Full Time Hobby.

Tracklist
1. Stromness
2. Bay Of Skaill
3. Hi Life
4. Betty Corrigall
5. Warbeth
6. Rackwick
7. Old Man Of Hoy
8. Nethertons Teeth
9. Ward Hill
10. The Black Craig
11. Orphir
12. Yesnaby

http://www.myspace.com/themagneticnorthmusic

venerdì 6 aprile 2012

Tindersticks - The Something Rain

The Something Rain

Se la bellezza seguisse la traiettoria predefinita di un canone fisso, l'umana morbosità ne sarebbe ben presto annoiata e delusa. Incorniciare l'emotività è un oltraggio al suo flusso mutevole, una gabbia posticcia, un agire subdolo e pretenzioso. Se l'intento è quello di arredare l'aria, l'equivoco è sempre in agguato; non è certo semplice mettere a fuoco l'essenza, tra le maglie dell'intangibile.
L'arte sobria e defilata dei Tindersticks, umbratile, nello scorrere del suo magma, figlia di un vertiginoso connubio tra sensorialità e cerebralità, motore propulsore di magnetismo per taluni, di facile sbadiglio per altri, elitaria per sua stessa natura, prescinde dalla crisi passata, nel bel mezzo di un ventennale percorso, e interpreta il nono episodio di una carriera ritrovata.
La canadese Constellation accoglie nel suo regno lunare "The Something Rain", terzo disco dopo la reunion del 2008 con "The Hungry Saw" e il successivo, meno ispirato "Falling Down A Mountain" del 2010, mentre, nel 2011, è uscita una raccolta contenente tutte le colonne sonore con le quali i Tindersticks hanno impreziosito, nel corso degli anni, il cinema della francese Claire Denis, "Claire Denis Film Scores  1996-2009".
C'è anzitutto da dire che, come sempre, il sole, nella dimora elegantemente decadente dei Tindersticks, non penetra mai con insolente violenza, filtrato, invece, dalle fessure e temperato dalla penombra. Ma questa volta l'oscillare tra notte e giorno cede il passo ad un'intensa a-temporalità emozionale, nella quale la tentazione di fluttuare è assolutamente equidistante, benché le apparenze, dal banale concetto di "musica da sottofondo".
Come rinnovata abitudine della band, l'album si apre con l'intro spoken "Chocolate", che, per poco più di nove, avvolgenti minuti, riprende "My Sister", traccia contenuta in "Tindersticks II", il post-esordio del 1995. Introdotto da un coro soul, il baritono di Staples entra con la solita, infinita, ammaliante grazia, in "Show Me Everything", traccia che, dall'essenzialità strumentale dell'incipit, va progressivamente aprendosi agli altri strumenti, assecondando la mutevolezza del mood staplesiano, sempre più dolcemente deciso nel suo declamare "show me everything".
Canzone d'amore e d'ombra, sofferta tensione tra eros e thanatos, è "Medicine", anelito ricamato dal violino fragile, che richiama alla memoria l'immagine di un Leonard Cohen più direttamente coinvolto nello spasmo d'amore.
"This Fire of Autumn", folk elettronico, incede come danza moderatamente sincopata di foglie agonizzanti, in una dialettica palpitante ed elegantemente tesa, e la tentazione dell'elettronica torna in "Frozen", vortex sonoro à-la Portishead, alveare oscuro in cui perdersi seguendo la traccia della voce di uno Staples meravigliosamente su di giri.  
C'è spazio anche per le ballate: dal solipsismo desolato e sussurrato di "A Night to Still", al languore sensuale di "Come Inside", una sorta di più pacificata "My Oblivion", in un pop orchestrale nel quale il crooner torna a giocare tutte le sue armi di seduzioni, rendendo vana qualsiasi possibilità d'opporgli resistenza.
"Slippin' Shoes", con il suo impianto da rumba mitteleuropea, interrompe momentaneamente l'umbratilità che, come dna poetico della band, pervade l'intero album, con una sezione di fiati solare e intrigante.
La chiusura è uno strumentale, delicato, cinematico canto delle sirene d'aria à-la Dirty Three ("Goodbye Joe").
L'album, registrato tra il maggio 2010 e l'agosto 2011, nasce da un'istanza, speciale, come recano le note compilate dallo stesso Stuart Staples: "At the albums heart lies the memory of the people we have lost in these last 2 years, but we were in no mood to be maudlin. It's to them. But it's for us. We are still drinking, laughing, crying, fighting, fucking, making our music.
They wouldn't have wanted it any other way".
La perdita, lo smarrimento, l'amore, la morte tornano a indossare uno degli abiti più dignitosi ed eleganti, nella storia del pop d'autore degli ultimi vent'anni, e il concetto di esistenza riprende fiato, per svelarsi in tutto il suo fascino e la sua inquietudine. (Ondarock)

Tracklist
1.Chocolate
2.Show Me Everything
3.This Fire Of Autumn
4.A Night So Still
5.Slippin' Shoes
6.Medicine
7.Frozen
8.Come Inside
9.Goodbye Joe

http://www.myspace.com/tindersticksofficial

The Twilight Sad - No One Can Ever Know

No One Can Ever Know

Inseriti frettolosamente dentro il calderone emul-rock (termine usato a sproposito dalla critica e spregevole almeno quanto il sound sciapo di tante band formato NME che non hanno nulla di originale per davvero…) gli scozzesissimi Twilight Sad si sono dimostrati abili nell’elaborare un songwriting superiore e un sound maturo e intensissimo, capace di smarcarsi con grande maestria dai più ovvi derivativismi, frutto di un mix tra i più riusciti degli ultimi anni tra stoica eleganza e ruvida spontaneità, tra ossature post-punk, alcune aperture di post-rock tumultuoso e mai banali sporcature shoegaze.
Con il terzo album in studio la band ora ridotta a un trio (dopo la dipartita del bassista Craig Orzel avvenuta nel 2010) ha abbandonato quasi del tutto l’approccio basato sulle chitarre indossando una veste sonora molto diversa rispetto al passato, incentrato su movenze quasi meccaniche e sull’utilizzo di linee e tappeti minimalisti di freddissimi synth analogici e ispirata, a detta del chitarrista stesso della band, Andy McFarlane, ai lavori di vecchie band come Cabaret Voltaire, Public Image Ltd., Can e Magazine e altre più moderne come Liars e Autechre, mentre le primissime recensioni hanno tirato fuori i nomi di Manic Street Preachers e Nine Inch Nails.
I più maliziosi vedranno dei parallelismi con la “svolta” degli Editors di qualche stagione fa, ma i Twilight Sad sono una band più raffinata e arcigna. Non si parla dunque di mero retromodernismo synth-analogico, qua non c’è semplicemente una vecchia tastiera rispolverata per dare quel tocco hipsteroide in più. Qua si tratta spesso di tracce taglienti e realmente addolorate, nessun dark-pop barocco à la White Lies, niente pose à la (con tutto il rispetto per la prima fase della loro carriera) Interpol, ma solo una implicita storia di paure e ossessioni, tra ingranaggi congelati, cieli metallici e ectoplasmi vintage minacciati da barbagli di visioni futuristiche.
Non si può poi non sottolineare la prestazione al microfono di James Graham, cantante praticamente mai incensato e apparentemente dimesso, in realtà capace, grazie al suo timbro elegante e caldo che però non disdegna qualche linea vocale più urlata e lievemente più sporca, di offrire interpretazioni di grande emotività e spessore.
A parte le più convenzionali “Don’t Move” e soprattutto il primo singolo “Another Bed”, pregne di tipici sapori da wave fredda, ci troviamo tra le mani a rischio di geloni tracce di sublime criogenizzata beltà come le più rarefatte “Nil” e “Not Sleeping”, addentate da rugginosi clangori elettronici e immerse in atmosfere di grande spessore emotivo, vedi anche i testi tanto malinconici quanto direi intrisi di dichiarazioni sinistre al limite del paranoico. Se poi da un lato abbiamo la dolcezza aliena di una “Sick” (e qui sono stati tirati in ballo i Radiohead) dall’altro abbiamo l’incubo industriale di “Kill It In The Morning”, che poi sfocia in una cavalcata epica come non si sentiva da tempo in cui svettano eroiche scie di sintetizzatori.
Rimarrà comunque un disco per pochi cultori questo “No One Can Ever Know”. Apparentemente trendy eppure invece molto chiuso in se stesso, pesante e scomodo. Ma si sa che abbiamo sempre tifato per gli underdogs del rock.
Ci sono poi due chicche da aggiungere alla tracklist di base, cioè la bonus track di iTunes “A Million Ignorants”, una strumentale di evocativa mestizia che approfondisce ulteriormente la malinconica visione esistenziale dei TS, e il brano forse più pop e leggiardo tra tutti quelli incisi ultimamente dagli scozzesi ossia “Tell Me When We’re Having Fun”, presente nella versione scaricabile dell’album fornita da eMusic. (Indieforbunnies)

Tracklist
1. Alphabet
2. Dad City
3. Sick
4. Don’t Move
5. Nil
6. Don’t Look at Me
7. Not Sleeping
8. Another Bed
9. Kill it in the Morning

http://www.myspace.com/thetwilightsad

A Whisper In The Noise – To Forget

To Forget

Era lì, sospeso, il fatato rock orchestrale dei A Whisper In The Noise, in attesa che il diluvio armonico inondasse nuovamente la mente di West Thordson.
Tre anni trascorsi tra la polvere di una fattoria abbandonata, in cerca di una sinergia con l'immaginario di Sonja Larson, felicemente ritrovata dopo il breve avvicendamento con Hannah Murray.
Abbandonate le sapienti mani di Steve Albini il gruppo forza la produzione verso una maggiore ricerca di landscape e toni bucolici con risultati vincenti. Il maggior apporto strumentale della violinista è la fonte meravigliosa che anima il nuovo corso della band.
Gli studi in America hanno ampliato la tecnica e la versatilità strumentale di Sonja, mentre West Thorsdon assume il compito di reggere tutto il patrimonio sonoro nelle sue sole mani, rinunciando anche al batterista. Così il suono si fa più nitido ma l'umore è polveroso e ricco di chiaroscuri.
Il quarto capitolo dei A Whisper In The Noise è come una tavolozza di un pittore, che dona nuovo significato a parole come atmosferico, struggente, mesmerico, che di antico conservano solo la denominazione. Gli archi le voci e le tenui incursioni ritmiche suonano desolanti ed eleganti nello stesso tempo, definendo uno stato d'animo ispirato e solitario.
È una bellezza che facilmente conquista l'attenzione, le liquide armonie vocali di "A Sea Estranging Us" trascinano verso i sogni senza illudere o irretire, le tenebre che accompagnano la title track "To Forget" sono figlie del rock cosmico dei Tangerine Dream di "Atem", con un suono pulsante e sordo che incrocia l'incanto delle tubular bell.
I toni rilassanti di "Black Shroud" e "All My" sono quello che avreste sempre sperato ascoltare dagli Air dopo le nobili gesta di "The Virgin Suicides": la profondità emotiva scardina le difese e persuade, nonostante non ci sia nulla di nuovo o mai sentito.
La poetica da songwriter che illumina "Every Blade Of Grass" ci racconta la vulnerabilità di West Thordson, ma trova spazio anche per una sottile linea ritmica piena di speranza, e il delizioso interludio pianistico di "Maya's Song" crea la cornice alla migliore tela di colori dell'album, ovvero "Your Hand" la creatura armonica più memorabile e malinconica dell'album.
Si racconta che la tristezza sia la migliore ispirazione per un musicista, se poi, come in "To Forget", il suo decanto si trasforma in una poesia delicata, attraversata da una leggera speranza, non resta molto spazio per altre pagine sonore simili.
Gli A Whisper In The Noise non hanno solo realizzato uno dei loro album più maturi, ma hanno occupato con forza uno dei pochi posti  liberi per le cose da ricordare di questo 2012. (Ondarock)

Tracklist
1.To Forget
2.Black Shroud
3.A Sea Estranging Us
4.All My
5.Sad, Sad Song
6.Every Blade Of Grass
7.Maya's Song
8.Your Hand
9.Of This Sorrow

http://www.myspace.com/awitn

Gazpacho – March Of Ghosts

March of Ghosts

I norvegesi Gazpacho non potrebbero rinnegare le coordinate della propria musica, neppure se lo volessero: così, la loro discografia appare un costante aggiustamento di traiettorie già percorse e i cui esiti hanno già dato risultati piuttosto convincenti nel corso dei sei precedenti lavori in studio. Tuttavia la band sente evidentemente ancora il bisogno di tornarci sopra, di usare quelle vie celesti per comunicare nuovi concetti, nuove idee, attraverso una forma già opportunamente messa a punto, padroneggiata al punto tale da non presentare ostacoli al veicolo espressivo.
L’utilizzo di strategie già consolidate, non impedisce ai Gazpacho di realizzare uno degli album più ispirati della propria carriera: dopo il concept album dello scorso anno, “Missa Atropos”, un po’ sfilacciato nel racconto e nelle trame sonore, oggi tornano con un lavoro più coeso, in cui la melodia dei singoli episodi torna a brillare in modo cristallino. Questa volta siamo al cospetto di un disco concepito “a storie”, con un unico tema ricorrente: un personaggio (il protagonista), vive questa strana esperienza di visitazione da parte di fantasmi che lo “possiedono” al fine di raccontare le proprie vicende terrene. Ognuna di questa nulla ha che vedere con le altre, tranne che per il senso di malinconica memoria che profondamente viene impresso nella musica.
Colpiscono per ispirazione brani come Gold Star (una sinfonia che preferisce propendere per soluzioni minimali), la parte 2 e la parte 4 della suite “diffusa” – i suoi quattro episodi sono disseminati nel corso del lavoro – dal titolo Hell Freezes Over (contenenti alcuni fra i passaggi più maestosi e ricchi di phatos dell’intero “March Of Ghosts”), Mary Celeste (poderoso pezzo dalle sfumature psichedeliche in grado di tingersi, come accaduto tante altre volte in passato, di armonie “tradizional”: qui una aria di flauto medievaleggiante chiude le danze), Golem (mesta composizione solidamente sostenuta dalle percussioni e intarsiato con motivi mediorientali) e The Dumb (una sorta di ninna nanna al contrario, tesa più a risvegliare che a far cadere fra le braccia di Morfeo: forse l’unico pezzo nel quale i Gazpacho sembrano aver individuato un prospettiva sonora al di fuori dei loro standard). I punti di riferimento possono anche continuare ad essere individuati nei Marillion guidati da Steve Hogarth, nei Camel di album come “Dust & Dreams” o “Harbour Of Tears”, nei Pink Floyd della fase finale della loro carriera, nei no-man, mentre nei momenti più grintosi sembra prevalere l’influenza dei Muse, ma non possono essere esaustivi dell’intera gamma dei colori del quadro d’insieme, che spesso rivela anche forti influenze folk di origine bretone ma anche di più lontana provenienza (l’avere in formazione chi è in grado di farsi carico di violino e flauto ovviamente agevola). “March Of Ghosts”, analizzato all’interno del percorso dei Gazpacho, si pone come uno fra i dischi che più gode dei favori di una qualche musa benedicente: in “Missa Atropos”, c’erano ampie sezioni nei quali il ritmo cedeva il passo a meditabonde riflessioni forse un po’ troppo indulgenti all’introspezione. Ad un anno di distanza, questo velo di torpore pare essere stato sollevato, e una maggiore compattezza strumentale permette di non perdere mai il bandolo della matassa. L’ambito progressive nel quale spesso vengono immessi i Gazpacho, trova in loro una ragione di catalogazione più per lo spessore emozionale che la loro musica produce e per l’enfasi con cui questo viene rappresentato, che non per le strutture sonore quasi del tutto prive di barocchismi e virtuosismi. Come sempre la voce di Jan Henrik Ohme (frontman impermeabile a ogni divismo), nitida e incisiva pur essendo sempre morbida e “aerea”, esemplifica l’approccio di una formazione che rifugge da balzi improvvisi dall’effetto garantito.
Classificare “March Of Ghosts” come il perfetto album con cui cominciare per conoscere i Gazpacho (per non tornare sempre sugli osannati “Night”del 2007 e “Tick Tock” del 2009), mi sembra il modo più calzante per ribadire la sua valenza “riassuntiva” del loro mondo sonoro: un mondo che ha radici profonde in atmosfere cinematiche, che si sviluppa per sospensioni emozionali e che si evolve in liquide e psichedeliche digressioni, trasformandosi anche repentinamente attraverso suggestioni panoramiche. (Storiadellamusica)

Tracklist
1 Monument
2 Hell Freezes Over I
3 Hell Freezes Over II
4 Black Lily
5 Gold Star
6 Hell Freezes Over III
7 Mary Celeste
8 What Did I Do?
9 Golem
10 The Dumb
11 Hell Freezes Over IV

http://www.myspace.com/gazpachomusic

venerdì 30 marzo 2012

Rangeklods - Beekeeper

Tracklist
1. Clouds
2. Empty
3. Puzzlehead
4. On Top
5. In Charge
6. Cough
7. Riverbed
8. Enklave
9. Order
10. Beekeeper

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