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Ricerca personalizzata

mercoledì 20 luglio 2011

Andrea Vitali – Tutte Le Opere

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Andrea Vitali – La leggenda del morto contento (2011)

«Tra tutti coloro che gli affidavano la cura delle loro barche, se c'era uno che il Baldi non avrebbe mai e poi mai voluto vedere lì ai suoi piedi, lungo tirato sul porfido della piazza dopo esser morto per annegamento, quello era proprio il giovane Gorgia.
La ragione era presto detta. In paese, e non solo, poco si muoveva se il Gorgia padre non voleva.
I Gorgia, gente che se ne andava in giro con la sacca dei diritti davanti e quella dei doveri a penzoloni, dietro, sulla schiena.
La vedeva brutta, in quel momento, e avrebbe cambiato volentieri il suo posto con chiunque, perfino col sacrista che aveva la faccia scavata dal vaiolo.»
È il 25 luglio 1843, una mattina d'estate senza una nube e una luce che ammazza tutti i colori. Due giovani in cerca d'avventura salpano su una barchetta con tre vele latine. Dal molo di Bellano, li segue lo sguardo preoccupato del sarto Lepido: non è giornata, sta per alzarsi il vento. L'imbarcazione è presto al largo, in un attimo lo scafo si rovescia.
Un'imprudenza. Una disgrazia.
Ma la tragedia crea un problema.
A riva viene riportato il corpo dell'irrequieto Francesco, figlio di Giangenesio Gorgia, ricco e potente mercante del paese. Il disperso è Emilio Spanzen, figlio di un ingegnere che sta progettando la ferrovia che congiungerà Milano alla Valtellina. Due famiglie importanti. Bisogna a tutti i costi trovare un colpevole.
Per la prima volta, Andrea Vitali risale il corso del tempo, verso l'Ottocento, per raccontare un altro squarcio della sua Bellano.
Ritroviamo così l'eco della dominazione austriaca, con i notabili e i poveracci, gli scapestrati e le bisbetiche, le autorità e gli ubriaconi…
Tra lacrime e sorrisi, La leggenda del morto contento racconta una storia di padri e di figli, di colpevoli e di innocenti, di giustizia e di malagiustizia: ottocentesca, ma solo in apparenza.

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Andrea Vitali – Il meccanico Landru (2010)

In un freddo pomeriggio d'inizio gennaio 1930, alla stazione di Bellano scendono sei uomini malvestiti e con la barba lunga. È la squadra di meccanici che dovrà montare i nuovi telai elettrici nel cotonificio: come spesso accade nei momenti di crisi economica, servono macchine moderne per produrre di più con meno operai. Ma non è questo l'unico turbamento che gli intrusi portano nella piccola e quieta cittadina. Perché si trovano subito al centro di una memorabile rissa, che turba il ballo organizzato per festeggiare le nozze del principe Umberto con Maria José. Nel gruppetto c'è un meccanico dall'aria fascinosa e dal nome bizzarro: Landru. Saranno in molti, e per diversi motivi, a sperare che il misterioso ospite possa aiutarli a realizzare i loro desideri.
Con Il meccanico Landru, Andrea Vitali conferma le sue straordinarie qualità di narratore: a cominciare dalla capacità di reinventare una storia (una prima versione del romanzo era stata pubblicata nel 1992), riequilibrando divagazioni e aneddoti, arricchendola di vicende e personaggi, ma soprattutto della sua esperienza umana e artistica.
Attraverso una vicenda di apparente semplicità, Il meccanico Landru racconta come l'irruzione di un elemento estraneo possa alterare i fragili equilibri di una comunità. E lo mostra con grazia e leggerezza, attraverso una piccola folla di personaggi destinati a imprimersi nella memoria dei lettori. In sottofondo c'è la lotta tra due giovani politici in carriera, l'irruente Aurelio Pasta e l'astuto Eumeo Pennati. Intorno a loro, l'intrigante prevosto don Ascani e il dottor Lieti, che cura gratuitamente gli operai, il direttore dello stabilimento ingegner Galimbelli e il capostazione Amedeo Musante, puntuale confidente del maresciallo Rodinò. Poi ci sono loro, le tre giovani protagoniste: la rossa e focosa Mirandola, la timida ma determinata Emilia e Maddalena, alla ricerca di un possibile riscatto.

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Andrea Vitali – La mamma del sole (2010)

Aveva sei anni ed era estate.
Agosto, un sole che ammazzava i cani.
Da un quarto d'ora picchiava i piedi per terra, frignava, voleva uscire, andare a giocare per le strade di Siliqua. Tra l'altro stava disturbando anche gli altri che, dopo il pranzo, erano saliti nelle stanze di sopra per schiacciare un sonnellino.
Allora zia Ninna aveva smesso di lavare i piatti, gli si era avvicinata, s'era ingobbita, gli aveva parlato all'orecchio.
«C'è la mamma del sole fuori.»
Non aveva osato chiedere come fosse fatta la mamma del sole, cosa facesse di così cattivo. Gli era passata, però, la voglia di uscire.
La motonave Nibbio, vecchia gloria della Navigazione Lariana, sta effettuando il suo ultimo viaggio. A Bellano sbarca un'anziana donna: sta cercando il vecchio parroco, don Carlo Gheratti. Attraversa a fatica il paese arso dalla canicola estiva, prima di scomparire nel nulla. Quando arriva la notizia che manca una delle ospiti del Pio Ospizio San Generoso di Gravedona, sulle due rive del lago i carabinieri iniziano a indagare.
Un secondo enigma segna l'estate del 1933. Dietro pressante richiesta del Partito e della Prefettura, i carabinieri devono raccogliere informazioni su una «celebre» concittadina, Velia Berilli, madre di quattordici figli, tra legittimi e illegittimi. Perché mai Velia Berilli è diventata così importante?
Due misteri, insomma, cui si aggiunge un altro problema: in caserma si è rotto il vetro del bagno, e aggiustarlo non sarà semplice...
Ancora una volta, le pagine di Vitali si animano di una piccola folla di protagonisti e comprimari: dall'equipaggio della Nibbio alle autorità locali, e poi don Gheratti, il sacrestano Bigé e la perpetua Scudiscia. Non possono mancare i carabinieri della locale stazione, vere star dei suoi romanzi: il maresciallo maggiore Ernesto Maccadò, l'appuntato Misfatti, il brigadiere Mannu e il carabiniere Milagra, che segue giorno dopo giorno, con indomita passione, i gloriosi trasvolatori della Seconda Crociera Atlantica.
Con La mamma del sole, Andrea Vitali ha inventato un'altra storia in grado di divertire – con una serie di scene irresistibili – e al tempo stesso di commuovere. Crea personaggi letterari in carne e ossa e narra le loro avventure con uno stile insieme realistico e fantasioso, che rivela in superficie e scava in profondità. Così, raccontando piccole storie di paese, Vitali racconta la Storia dell'Italia più vera: quella che già avverte le trasformazioni della modernità e tuttavia continua a mantenere le sue radici nei riti e nei ritmi del passato.

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Andrea Vitali – Pianoforte vendesi (2009)

La notte magica dell’Epifania,
la festa del paese,
e lui, il Pianista, che vuole
sfruttare il suo talento…
È la notte dell’Epifania, sera di festa a Bellano. Dal treno scende «il Pianista» – così chiamato per via delle sue mani lunghe e affusolate –, ladro di professione. Piove, fa freddo. Perlustrando le contrade nell’attesa della folla che assisterà alla processione dei Re Magi, il Pianista incappa in un cartello affisso su un vecchio portone: «Pianoforte vendesi». Incuriosito, dopo aver saputo che l’appartamento è disabitato e visto che il tempo non migliora, rovinando così la festa e soprattutto trattenendo nelle loro case le sue possibili prede, decide di entrare...
Pianoforte vendesi è la storia di un ladro che deve scegliere tra le buone e le cattive azioni: il bianco e il nero, come i tasti del pianoforte. I gesti che si troverà a compiere rivelano un grande desiderio di riscattare la sua umanità. Sullo sfondo c’è un’intera collettività, un paese sospeso – per una notte – fra legalità e illegalità, fra lecito e illecito, fra comandamento etico e abitudine.
In questo romanzo breve e di straordinaria intensità, Andrea Vitali ci fa scoprire una Bellano inedita, notturna, forse un po’ magica. Tra le strade e nelle case si avverte ancora l’eco, e forse il respiro, di tutti coloro che lì hanno vissuto, gioito, sofferto, sognato, amato. Così, attraverso le atmosfere soffuse e le penombre di Pianoforte vendesi, Andrea Vitali rende omaggio alla sua città. Senza però dimenticare mai i guizzi folgoranti del suo umorismo. (No link)

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Andrea Vitali – Dopo lunga e penosa malattia (2008)

Sono le tre di notte del 4 novembre. Il dottor Carlo Lonati viene chiamato per un’urgenza, il pazientre lo conosce bene. Attraversa sotto una pioggia micronizzata i cinquecento metri che lo separato dalla casa del notaio Luciano Galimberti, suo antico compagno di bagordi. Può solo constatarne la morte per infarto. Ma c’è qualcosa che non lo convince, e nelle ore successive arrivano altri indizi e i sospetti crescono.
Il dottore non può fare a meno di indagare: vuole sapere se il suo vecchio amico è davvero morto per cause naturali. Per farlo, dovra conquistare la fiducia della moglie e della figlia di Lonati. E scoprire che la verità di trova forse sull’altra sponda del Lago di Como…
Dopo lunga e penosa malattia è l’unico giallo scritto da Andrea Vitali. E forse non è un caso che abbia come protagonista un medico sensibile e acuto. L’indagine è concentrata in una settimana, tra le esitazioni dell’improvvisato detective e il moltiplicarsi di tracce e confidenze, fino al colpo di scena finale.
Ancora una volta, Andrea Vitali cattura con la precisione dei dettagli, quelle pennellate precise che restituiscono la realtà e le sue mille sfumature. Conquista con l’incalzante ritmo narrativo e il sapiente montaggio di luoghi, tempi e personaggi. Diverte con situazioni e dialoghi che ci regalano l’immediatezza e l’assurdità della vita. E alla fine ci fa innamorare di quel suo mondo così ricco, vivo e inconfondibile.

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Andrea Vitali – Almeno il cappello (2009)

Ad accogliere i viaggiatori che d’estate sbarcano sul molo di Bellano dal traghetto Savoia, c’è solo la scalcagnata fanfara guidata dal maestro Zaccaria Vergottini, prima cornetta e direttore. Un organico di otto elementi che fa sfigurare l’intero paese, anche se nel gruppetto svetta il virtuoso del bombardino, Lindo Nasazzi, fresco vedovo alle prese con la giovane e robusta seconda moglie Noemi.
Per dare alla città un Corpo Musicale degno di questo nome ci vuole un uomo di polso, un visionario che sappia però districarsi nelle trame e nelle inerzie della politica e della burocrazia, che riesca a metter d’accordo il podestà Parpaiola, il segretario comunale Fainetti, il segretario della locale sezione del partito Bongioanni, il parroco e tutti i notabili della zona.
Un insieme di imprevedibili circostanze – assai fortunato per alcuni, e invece piuttosto sfortunato per altri – può forse portare verso Bellano il ragionier Onorato Geminazzi, che vive sull’altra sponda del lago, a Menaggio, con la consorte Estenuata e la numerosa prole.
Almeno il cappello racconta la gloriosa avventura del Corpo Musicale Bellanese, le mille difficoltà dell’impresa e la determinazione di chi volle farsene artefice. A ritmo di valzer e mazurca, con il contorno di marcette e inni, Andrea Vitali s’inventa un’altra storia tutta italiana, fatta di furbizie e sogni, ripicche e generosità, pettegolezzi e amori. E la
Scrive con la passione per l’intrigo, il brio e il buonumore, la verità e la semplicità che servono per farci capire la ricchezza e gli imprevisti che punteggiano tutte le nostre vite.

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Andrea Vitali – La modista (2008)

Nella notte hanno tentato un furto in comune, ma la guardia Firmato Bicicli non ha visto nulla. Invece, quando al gruppetto dei curiosi accorsi davanti al municipio s’avvicina Anna Montani, il maresciallo Accadi la vede, eccome: un vestito di cotonina leggera e lì sotto pienezze e avvallamenti da far venire l’acquolina in bocca.
Da quel giorno Bicicli avrà un solo pensiero: acciuffare i ladri che l’hanno messo in ridicolo e che continuano a colpire indisturbati. Anche il maresciallo Accadi, da poco comandante della locale stazione dei carabinieri, da quel momento ha un’idea fissa. Ma intorno alla bella modista e al suo segreto ronzano altri mosconi: per primo Romeo Gargassa, che ha fatto i soldi con il mercato nero durante la guerra e ora continua i suoi loschi traffici; e anche il giovane Eugenio Pochezza, erede della benestante signora Eutrice nonché corrispondente locale della «Provincia». Il nuovo romanzo di Andrea Vitali è centrato su una protagonista femminile vitale, ambiziosa e sensuale, un po’ furba e un po’ ingenua. Intorno al suo frequentatissimo atelier, tra cognac doppi e partite a scala quaranta, si muove e si agita tutto il paese: dal sindaco Balbiani con il segretario comunale Bianchi, giù giù fino al trio di giovinastri composto dal Fès, dal Ciliegia e dal Picchio, passando per l’appuntato Marinara, che deve rimediare alle distrazioni del superiore, e poi le misteriose titolari della farmacia Gerbera e Austera Petracchi, la cuoca di casa Pochezza e sua figlia Ersilia, lo spazzino Oreste e il messo Milico…
Nei suoi romanzi – divertenti, intelligenti, godibilissimi – Andrea Vitali ha reinventato magistralmente la commedia all’italiana: riesce così a restituire l’immagine più vera e profonda del nostro paese, in un’incessante girandola di caratteri e di sorprese.

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Andrea Vitali – Il segreto di Ortelia (2007)

Qual è il vergognoso segreto che Cirene Selva confida alla figlia Ortelia? In verità c'è più di un segreto dietro la vicenda di Amleto Selva, giovane garzone senza arte né parte ma molto ambizioso arrivato in paese nel 1919 al seguito di un sensale di bestiame. Tanto per cominciare c'è il vero motivo del suo matrimonio con Cirene, timida e bruttina ma destinata a ereditare la macellleria del padre. Poi c'è la sua lunga guerra con la bottega rivale, quella del Bereni: una guerra commerciale che dura da decenni, fatta di colpi bassi dai risvolti esilaranti. Soprattutto, c'è la passione del Selva per un'altra carne, un'esuberante vitalità sessuale che nel quieto tran tran paesano genera turbolenze e scandali subito soffocati ma destinati a gettare lunghe ombre sul futuro. Sgangherato eroe di una "Dinasty" di provincia, Amleto è il fulcro di una parabola carnale e spassosa ma con un sottile filo d'amarezza, dove le donne - Ortelia e Cirene, ma non solo loro - sono le vere protagoniste.

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Andrea Vitali – Olive comprese (2006)

"Olive comprese" è un'autentica giostra di personaggi e vicende irresistibili. Ci sono molti personaggi indimenticabili. C'è per esempio il Crociati, un esperto cacciatore che non ne becca più uno. C'è Luigina Piovati, meglio nota come l'Uselànda (ovvero l'ornitologa...). C'è Eufrasia Sofistrà, in grado di leggere il destino suo e quello degli altri. C'è persino una vecchina svanita come una nuvoletta, che suona al pianoforte l'Internazionale mentre il Duce conquista il suo Impero africano... Ci sono soprattutto, ad animare la quiete di quegli anni sulle rive del lago, quattro gagà, che come i "Vitelloni" felliniani mettono a soqquadro il paese. E c'è la sorella di uno di loro, la piccola, pallida, tenera Filzina, segretaria perfetta che nel tempo libero si dedica alle opere di carità e che, come molte eroine di Vitali, finirà per stupirci. Ci sono naturalmente anche molti di quei caratteri che hanno fatto amare i precedenti romanzi a decine di migliaia di lettori: incontriamo il prevosto, il maresciallo maggiore Ernesto Maccadò, il podestà e la sua consorte, Dilenia Settembrelli, la filanda con i suoi dirigenti e operai. Hanno un ruolo importantissimo anche i gatti e i piccioni di Bellano, e si sentono la breva e la neve gelata che scendono dai monti della Valsassina e naturalmente si respira l'aria del lago.

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Andrea Vitali – La figlia del podestà (2005)

Bellano è in gran subbuglio. Agostino Meccia, podestà della cittadina affacciata sul lago, ha deciso di perseguire un progetto ambizioso: una linea di idrovolanti che collegherà Como, Bellano e Lugano, darà lustro alla sua amministrazione e attirerà frotte di turisti, facendo schiattare d'invidia i colleghi dei comuni limitrofi. Tutto sembra filare liscio. Andrea Vitali, nato nel 1956 a Bellano dove esercita la professione di medico di base, racconta un altro episodio della vita della sua città, una storia di comicità contagiosa ambientata nella fascistissima Italietta d'inizio anni Trenta.

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Andrea Vitali – La signorina Tecla Manzi (2004)

Siamo negli anni Trenta, all'epoca del fascismo più placido e trionfante. Nella stazione dei Carabinieri di Bellano, sotto gli occhi del carabiniere Locatelli (bergamasco), rivaleggiano il brigadiere Mannu (sardo) e l'appuntato Misfatti (siciliano). Un'anziana signora vuole a tutti i costi parlare con il maresciallo Maccadò. La donna - anzi, la signorina Tecla Manzi - è venuta a denunciare un furto improbabile: il quadretto con il Sacro Cuore di Gesù che teneva appeso sopra la testata del letto. Inizia così una strana indagine alla ricerca di un oggetto senza valore, che porta alla luce una trama di fratelli scomparsi e ricomparsi, bancari e usurai, gerarchi fascisti e belle donne, preti e contrabbandieri.

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Andrea Vitali – Una finestra vistalago (2003)

Di Arrigoni Giuseppe ce ne sono tanti a Bellano, un paese del lago di Como. Impossibile conoscerli tutti. Anche nella vita di Eraldo Bonomi, operaio tessile del locale cotonificio, ce ne sono troppi. E sarà proprio un Arrigoni Giuseppe a segnare il suo destino, dove brillano l’amore per la bella Elena e la militanza politica nel PSIUP.
Il colpo di fulmine per Elena fa del Bonomi un uomo pericoloso, che sfiora segreti, scopre altarini, esuma scheletri sapientemente nascosti negli armadi di una provincia che sembra monotona, in quei paesi dove l'omonimia può essere fonte di equivoci ma anche, a volte, il viatico verso la libertà.
Mirabilmente costruito, Una finestra vistalago è un appassionante romanzo corale e polifonico. L’avidità sessuale e la religione del denaro accendono passioni e lotte, moltiplicando chiacchiere, pettegolezzi e bugie.
Seguendo l’evoluzione di questo paese-microcosmo popolato di gente comune, Andrea Vitali ci fa assaporare la storia del nostro paese dagli anni Cinquanta ai turbolenti Settanta. Sulla scia di Piero Chiara e Mario Soldati, si conferma narratore seducente, maestro dell’antica arte del racconto italiano: trame ricche di azione ma dagli indugi sapienti, intrighi dove spesso la burla sfiora la tragedia, vicende che, attraverso la superficie, raccontano la profondità.

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Andrea Vitali – Il procuratore (seconda edizione) (2006)

Il procuratore è il romanzo d’esordio di Andrei Vitali ed è già l’opera di un autore maturo, che sa creare e raccontare un mondo facendocelo sentire vivo e presente, di uno scrittore che conquista l’attenzione del lettore con un fuoco d’artificio di invenzioni e una scrittura di rara efficacia.
Partendo da un episodio che gli aveva raccontato suo padre, reinventandolo e arricchendolo con maestria, Vitali ha imbastito una storia di piccoli misteri e di erotismi di provincia. Protagonista della vicenda, insieme drammatica e grottesca, è un giovanotto che svolge una “deplorevole attività”: perché Marco Perini procura a pensioncine e postriboli ragazze disponibili.
Ci sono nel Procuratore, che nel 1990 vinse il Premio Montblanc per il romanzo giovane, tutte le qualità che fanno apprezzare i romanzi di Andrea Vitali: una trama scoppiettante, un piacere del racconto che spesso ci travolge con il suo umorismo; gli intrighi degli uomini e i capricci del caso, che questa volta ruotano intorno a un’eredità contesa; personaggi disegnati con precisa efficacia: notai trafficoni, ragazze che fanno innamorare, bottegai inquieti e – immancabili – il prete e i carabinieri. Ma soprattutto sorprende la capacità con cui l’autore ricrea la vita di paese nei suoi risvolti più veri e vivi, insieme inserendola nel suo contesto storico; in questo caso, il periodo che ha fatto da sfondo ad alcuni dei suoi libri di maggior successo, l’Italia tra i due conflitti mondiali, ma anche risalendo all’indietro fino alla guerra di Libia.

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Andrea Vitali – Peste lo colse (1997)

Racconto attorno alla vita di Sigismondo Boldoni.
Testo a cura di Andrea Vitali.
Appendice e Ricerca iconografica a cura di Vittorio Mezzera.
Introduzione a cura di Riccardo Tanghetti, Sindaco di Bellano
Quattrocento anni fa, nel 1597, nasceva a Bellano Sigismondo Boldoni, insigne letterato che nella sua brevissima vita fu ospite delle corti e delle Università delle città più grandi d'Italia: da Venezia a Pesaro, da Urbino a Roma. Vittima della peste di manzoniana memoria ne morì nel 1630 a soli 33 anni.
Fu un uomo illustre, un grande bellanese il cui anniversario non poteva passare sotto silenzio. Non è un caso che il suo monumento, poco distante da quello di Tommaso Grossi, si trovi da anni sul nostro lungolago.
Proprio pochi mesi prima dell'inaugurazione di questo monumento, avvenuta l'11 settembre 1898, il prof.
Mario Cermenati, scienziato lecchese nonché politico di grande levatura, in un discorso intorno alla vita ed alle opere di Boldoni si augurava che «nel giorno in cui Bellano ne scoprirà il meritato ricordo, si leverà una voce autorevole a delineare come si conviene la splendida figura del Boldoni, mettendo in rilievo e lumeggiando opportunamente quei meriti reali e molteplici che la fanno una delle migliori del suo secolo».
Noi abbiamo fatto tesoro delle parole di Mario Cermenati ed abbiamo voluto celebrare l'anniversario della sua nascita con un libro dedicato alla figura ed all'opera di Sigismondo Boldoni.
Il racconto di Andrea Vitali, gli apparati critici ed iconografici di Vittorio Mezzera e la copertina di Velasco Vitali ci permettono finalmente di conoscere da vicino questo nostro concittadino, che tanti meriti ebbe durante la sua esistenza.
Qualche mistero legato sia ad alcuni episodi della sua vita, sia alla sua morte contribuisce, poi, a rendere ancor più interessante questo personaggio, a rendercelo quasi amico, lui che era solito gironzolare per le vie di Bellano godendone l'impareggiabile bellezza. (No link)

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Andrea Vitali – L'aria del lago (2001)

Quattro storie, estrose e impudenti, ambientate in paesi rivieraschi del Lago di Como, con situazioni boccaccesche o grottesche di veterinari e bidelli, di macellai e droghieri, incentrate su colpi di scena organizzati e gestiti da donne maliziose e astute. Intrighi ereditari, morti misteriose,piccoli segreti politici o d'alcova offrono ad Andrea Vitali gli spunti ilari ed elegiaci per costruire un affresco della vita nella provincia lombarda tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta. Quattro storie d'amore e disamore con risvolti thrilling che ribadiscono la fertilità di una linea italiana di narrativa ariosa che annovera, prima delle opere di Vitali, quelle di Tombari e Chiara.
"A mia madre Edvige e a mio padre Antonio"

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Andrea Vitali – Un amore di zitella (1996)

Iole Vergara è la zitella del paese. Lavora come dattilografa presso il Comune, abita in un condominio affacciato sul lago e la sera cena con una tazza di caffellatte. È un'esistenza fatta di abitudini, grigia e monotona, se non fosse per le chiacchiere con la collega Iride sulla prostata del segretario comunale, o per i mille pettegolezzi che s'inseguono in paese. Ma persino la timida e solitaria Iole ha un segreto, come scoprirà Iride nel ricevere il regalo di nozze della collega: si chiama Dante, e per qualche tempo al centro dei pettegolezzi ci sarà proprio il misterioso amico della dattilografa comunale.

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Andrea Vitali – L'ombra di Marinetti (1993)

La vita di Filippo Tommaso Marinetti ripercorsa attraverso alcuni episodi minori: un'invenzione che ritaglia al grande Futurista una dimensione fantastica all'interno della quale la sua figura di uomo e la sua vita di artista galleggiano come in un quadro di Chagall. Questo è il significato dei racconti che compongono "L'Ombra di Marinetti", libro scanzonatamente dedicato ad una irripetibile stagione del panorama culturale italiano.

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Andrea Vitali – A partire dai nomi (1994) (No link)

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Andrea Vitali – Il meccanico Landru (1992)

Landru Angelici, il picaresco meccanico che guida la festa mobile - satirica e comica, grottesca e drammatica - attorno alla quale è orchestrato questo secondo godibile ed estroso romanzo di Andrea Vitali, è un po' folletto e un po' diavolo, un provocatore di illusioni e d'inganni.
Il meccanico Landru è il secondo (dopo Il procuratore) pannello del trittico narrativo bellanase attraverso il quale Vitali sta realizzando un avvincente ritratto della vita italiana di provincia del primo Novecento. Al centro del mulinello di piccoli intrighi sociali e sentimentali, che movimentano questa commedia paesana nel primo trimestre del 1930, c'è la riorganizzazione della produzione di un cotonificio che mette in crisi l'economia di Bellano: e questa crisi provoca, con imprevista forza centripeta, pettegolezzi, baruffe, truffe, risse partitiche, conflitti parentali e una movimentata partita sentimentale di varie coppie che si scambiano posizione e legame come nel gioco dei quattro cantoni. I piccoli intrighi di potere delle autorità (il prete, il podestà, il maresciallo dei Carabinieri, il segretario del partito fascista, il pretore, il direttore del cotonificio, il capostazione, il medico condotto) si intrecciano con gli intrighi amorosi di Mirandola e Aurelio, di Emilia e Augusto, di Maddalena e Otello, di Idipa e Andrea, tessendo un arazzo con dettagli di storia e microstoria, con gesti esemplari di anonimi e lapidari miniritratti: ne deriva un avvincente romanzo che si inserisce nella linea di una moderna narrativa di affabulazione ironica ed elegiaca che ha tra i suoi protagonisti Tombari e Guareschi, Chiara e Zucconi, Guerra e Celati.

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Andrea Vitali – Il procuratore (1990)

Un'accattivante storia di piccoli misteri e patetici erotismi ambientata nel trentennio dell'Italia che visse i soprassalti drammatici e insieme grotteschi della guerra di Libia, della Grande Guerra, dell'avvento del Fascismo e del preludio alla Seconda Guerra Mondiale.
Il procuratore racconta le irriverenti avventure di un giovane flaneur lombardo che si fa magnaccia, vivendo poi tra pensioncine e postriboli. Un'imprevista eredità, le caute strategie di tre uomini innamorati della stessa ragazza, i pedinamenti di un maresciallo dei carabinieri, le evasioni di un albergatore, le inquietudini del proprietario di un caffè, le trame di due notai e gli allarmi di un prete, movimentano ulteriormente questa commedia all'italiana messa in scena narrativamente con un gusto per la satira di costume e gli intrighi di provincia che ricorda quello di Piero Chiara di cui Andrea Vitali (uomo di lago anche lui) sembra aver ereditato l'ironica ed insieme elegiaca malizia.
Premio Mont Blanc per il romanzo giovane.

Andrea Vitali – La morte dell’impiegato

Un racconto breve pubblicato a tiratura limitata per gli amici del Punto Einaudi di Lecco, illustrato egregiamente da Giancarlo Vitali e scritto dal maestro Andrea Vitali, che, anche questa volta, non delude. Mi permetto di pubblicarne un breve ma simbolico trafiletto:
"Infine si rese conto che era morto.
Sbuffò, si guardò in giro, indecisa sul da fare.
Non che i morti le facessero impressione, non era il primo che vedeva.
Ma lei, in un'ora, doveva riordinare e pulire l'ufficio."

Andrea Vitali – I fantasmi della piazza e altre storie

Fantasmi nelle piazze dei peasi lacustri: raccontano storie del passato, ma commentano anche fatti di attualità. Si spingono addirittura a parlare di calcio e a ricordare scrittori celebri o troppo facilmente dimenticati. Sono fantasmi cordiali, a volte un po' pettegoli, ma di buona pasta. Il bellanese Andrea Vitali li conosce bene: parla di loro nei suoi romanzi e li ha raccontati per anni in articoli apparsi su "La Provincia" e "L'Eco di Bergamo". Qui li ritroviamo tutti insieme a cantare in coro la ballata di un grande narratore.

Mauro Corona – Storie Del Bosco Antico (2007)

Storie del bosco antico

Non avevo mai letto nulla di Mauro Corona ma, dopo aver letteralmente divorato, insieme con mio figlio di 8 anni, quest’ultimo suo bel libro, Storie del bosco antico, credo che leggerò anche gli altri, fra i quali ricordo gli ultimi volumi pubblicati: Nel legno e nella pietra e Aspro e dolce. Storie del bosco antico è una silloge di brevi racconti sull’origine degli animali, di impronta favolistica e fantastica, ma di ispirazione molto concreta e terrestre, rivolta non soltanto ai lettori più piccoli. Scrivendo questo libro lo scrittore di Pordenone deve aver tenuto presente Storie proprio così di Rudyard Kipling (e forse un cenno a tale ascendenza nella bandella di copertina o altrove andava fatto). Numerose sono infatti le analogie fra le due raccolte, entrambe corredate da illustrazioni dell’autore, entrambe impiantate sull’idea di delineare per ciascun animale una genesi mitica e fantastica risalente alla Creazione del mondo secondo la mitologia biblica. Kipling per esempio narra in un suo racconto come, all’inizio di tutti i tempi, l’elefante avesse il naso piccolo e come si sia poi allungato in quanto tirato dal coccodrillo o, in un altro, come il cammello abbia messo la gobba per una magia. Allo stesso modo Corona scrive nel racconto “L’aquila” che apre il libro: “Un tempo molto lontano le aquile avevano il becco dritto” e illustra come si sia poi incurvato a causa delle violente beccate su una croda. Ma tutte le storie seguono una simile traccia. Detto questo, non si deve tuttavia pensare che i brevi racconti di Corona sugli animali difettino di ispirazione e di immaginazione. Tutt’altro. Lo scrittore friulano, intagliatore del legno e scalatore, ha fantasia da vendere, ma anche spirito di osservazione, oltre a un robusto senso della realtà e a una coerente visione del mondo. Le sue storie sugli animali del bosco - dal cinghiale all’asino, dal ragno al gheppio, dalla marmotta al pipistrello - rivelano una vocazione lirico-fantastica che non si piega mai all’arzigogolo o all’astrazione. Non di rado scorre in questi brevi ma conclusi testi narrativi il soffio lieve e intenso della poesia, ottenuta per sottrazione. I testi vengono per così dire lavati e smussati fino a raggiungere una forma finale quanto mai levigata ed essenziale (scarsa e precisa è l’aggettivazione, parco l’uso di figure retoriche), proprio come se Corona lavorasse una scultura di legno. L’autore si tiene lontano da qualunque facile effetto poetico o da qualunque tentazione verso il sublime, restando coi piedi ben piantati per terra e permettendosi anche uno sguardo severo e giudicante sull’uomo (l’ultimo oggetto della Creazione) nel suo rapporto con la natura come nel racconto eponimo che chiude e suggella la raccolta: “Così il Signore creò l’uomo e da allora non vi fu più pace sulla Terra né acque pulite né mari limpidi né boschi fitti né temporali normali. Forse il Signore ha voluto tutto questo affinché l’uomo diventasse migliore. Ma l’uomo non è diventato migliore né mai lo diventerà. Continuerà a fare guerre, invenzioni esagerate e a procurare danni alla Terra finché questa un po’ alla volta scomparirà”. Vorrei concludere spendendo due parole sui bellissimi disegni in bianco e nero, destinati ai lettori più piccoli, che corredano il testo e che sintetizzano, con plastica efficacia, le storie, suggerendone talvolta una chiave di lettura. Si vede bene che l’autore friulano ha dimestichezza anche con la figura oltreché con la parola e posso renderne testimonianza avendo osservato le reazioni di mio figlio che non si è dimenticato mai, al termine di ogni racconto, di soffermarsi a lungo sul disegno associato.

Mauro Corona - Storie Del Bosco Antico (Audiobook 2007)

Storie del bosco antico. Con CD Audio

Gli alberi raccontano storie, ma bisogna essere capaci di ascoltarle. Come Mauro Corona che in questo libro ha raccolto i racconti più belli che ha "sentito" durante le sue camminate nel silenzio delle valli e delle cime innevate. Storie che raccontano di quando il mondo era giovane, e gli animali diversi da quelli che conosciamo oggi. Scopriremo perché l'aquila non possiede più il becco diritto che la rendeva una predatrice ancora più temibile e di come siano state punite la superbia della puzzola e la crudeltà della talpa. Quarantaquattro fiabe per ragazzi e adulti, miti e leggende di un mondo semplice e affascinante. Età di lettura: da 6 anni.

Mauro Corona - I Fantasmi Di Pietra (2008)

I fantasmi di pietra

Un paese abbandonato, silenzioso, fermato in un'istantanea scattata il giorno 9 ottobre 1963, quando il fianco del monte precipitò nell'invaso del Vajont. Eppure quelle case, quelle cucine, quelle stalle sono ancora abitate. È una popolazione di fantasmi quella che Corona suscita ripercorrendo, casa per casa, le strade che un tempo risuonavano di voci, del rumore degli strumenti di lavoro, della vita di ogni giorno.

martedì 19 luglio 2011

Antony And The Johnsons - The Crying Light

The Crying Light

Due cose in breve, giusto per intenderci.
Antony Hegarty è un omaccione alto un paio di metri e largo un bel po', con un'espressione fanciullesca e una voce decisamente fuori dal normale. Sono stati tirati in ballo i più grandi performer della musica leggera per descrivere il suo canto. Il tono profondo e romantico di Elvis, il timbro variegato e agrodolce di Otis Redding, la capacità di andare oltre la sessualità di Nina Simone. Antony è tutto questo insieme, più una massiccia dose di intensità.
Non sempre serve del tempo per potersi fregiare dello status di classico. Ci sono dischi che già nascono tali, che lo sono dal momento in cui vengono anche solo immaginati. Può accadere tanto volutamente quanto meno, e a volte accade necessariamente: "I Am A Bird Now" di Antony and the Johnsons è stato uno di questi. Un autore decisamente sui generis, con un mezzo tecnico folgorante, che canta la sua natura, il suo mondo, in un modo talmente onesto e diretto da renderlo naturale a chiunque ascolti.
Hegarty da allora ha ottenuto tutte le tipologie di successo possibili: di pubblico, di critica, fra i suoi stessi colleghi. Il discorso Johnsons è ripartito proprio da quello che era il contenitore su cui tanto sperticare lodi: la ballata pianistica che caratterizzava "I Am A Bird Now" è oggi l'impalcatura dei brani di "The Crying Light". A cambiare - del tutto - è il modo di riempire gli spazi e, di conseguenza, il risultato.
L'album, dedicato al ballerino Kazuo Ohno (sì, è lui quella cosa in copertina), parte da un'ottica diversa rispetto ai suoi predecessori, mostrando la crescita artistica di Hegarty. Laddove il disco d'esordio parlava della propria vita (idoli, sogni, quotidiano) e il secondo album entrava a pie' pari - finanche liberatoriamente - nel proprio io, "The Crying Light" cerca una dimensione ancor più profonda e apre all'uomo in generale e all'universale, guardando al mondo e alla natura, ai principi delle cose.
La maturazione concettuale si abbraccia a quella musicale. I Johnsons del primo disco erano un ensemble che faceva sentire il proprio peso caricando d'enfasi i brani. Quelli del secondo erano diventati una pop rock band essenziale - anche se non certo povera - piegandosi al messaggio. "The Crying Light" presenta invece un Antony cantautoriale, che recupera spazio alle orchestrazioni e ne toglie alla batteria, che abbandona modelli esterni per ergersi a proprio modello.
E' un disco di perfetto equilibrio sonoro, che smorza la pervicacia di certe soluzioni melodiche e testuali che pure erano state la sua fortuna. Le melodie d'impatto di "I Am A Bird Now" lasciano il posto a una ricerca ammantata di spiritualità, che sfrutta una notevole gamma di colori, capace di aprirsi e chiudersi d'improvviso, di navigare fra l'arioso e l'oscuro, triturando e digerendo armonie classiche, canzone anni 50, musica nera.
Stupisce la profondità dell'introversione in cui si inabissa "One Dove", e la classe con cui questo avviene. Stupisce ancor di più il guizzo con cui la melodia vien fuori dalla risacca: una nota di piano, la voce che cambia i giri, i violini che accompagnano un testo splendidamente semplice e credibile ("One dove to bring me some peace, in starlight you came from the otherside to offer me mercy, mercy, mercy"). E' il vertice dell'intero disco, incastonato fra altri due gioielli atipici quali la multiforme "Epilepsy Is Dancing", ricca di cambi di umore, e l'immaginifica "Kiss My Name", un inatteso passo di danza. Gli arrangiamenti tanto fervidi quanto misurati ne glorificano la scrittura mordiba e fantasiosa.
Antony si permette il lusso di fare un po' di tutto, mostrando un eclettismo che forse neanche lui stesso sapeva di avere: la title track è un folk pregno del sapore del tempo che scorre, mentre "Dust And Water" è un gospel per sola voce e distorsione di fondo. L'intensità in cui vengono immerse le poche note di "Another World" è la cartolina della dimensione raggiunta da Hegarty. Il clamoroso gospel "Aeon", recitato su crudi arpeggi di chitarra elettrica, palesa l'aura di religiosità in cui è avvolto l'intero disco.
La decina di canzoni di cui si compone questa sorta di concept album sul mondo e i suoi chiaroscuri ("Daylight and the Sun") fa venire in mente una delle parole più abusate da chi parla di musica: artista. Antony and the Johnsons trovano la loro sintesi ideale nel disco più fascinoso, più elaborato, più consapevole. Se il lavoro precedente poteva ben definirsi il manifesto di Hegarty, "The Crying Light" mostra quanto ampie possano essere le vie parallele e quanto gloriosamente siano percorribili. (Ondarock)

Tracklist
1. Her Eyes Are Underneath The Ground
2. Epilepsy Is Dancing
3. One Dove
4. Kiss My Name
5. The Crying Light
6. Another World
7. Daylight And The Sun
8. Aeon
9. Dust And Water
10. Everglade

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A Whisper In The Noise - As The Bluebird Sing

As the Bluebird Sings

A whisper in the noise, un altro gioiello scuro e melanconico proveniente dal Minnesota. Una band che cura molto l’orchestrazione e gli arrangiamenti, sempre scarni ma di grande impatto emotivo. Le caratteristiche che spiccano in quest’incanto che è as the bluebird sings sono il corno francese, il violino e il cantato di voce femminile che strazia il cuore, specialmente quando si sofferma qualche secondo su una nota: momenti che riportano alla memoria la voce di Mimi Parker dei Low.
E un po’ assomigliano ai Low e un po’ ai Black Heart Procession, con un pizzico di derivazione dalle solennità dei Pink Floyd… un po’ come Manyfingers, i Mogwai, i Sigur Ros. Quello che una volta era definito rock d’atmosfera.
La dolce e triste melodia di intrecci vocali tra la voce maschile e femminile in as the bluebird sings che col suo incedere lento, maestoso e toccante si arricchisce con un aspettato ma commovente coro di bambini… mentre sotto il pianoforte scandisce una struttura musicale da antologia.
Through wounds we soon will stitch un po’ rivela la passione che il leader, West Dylan Thordson, ha per Philip Glass o Arvo Part, anche se rimaniamo sempre in un contesto indie.
Havoc è un brano rock scuro e cosmico che durerà nel tempo, con un andamento che ricorda anche il periodo spaziale e alieno di Bowie, quello di ashes to ashes e space oddity per intenderci – ma molto più cupa e drammatica.
L’album si chiude con una versione eterea e minimale – piano, voce, basse frequenze e il coro di bambini – di the times they are a-chagin: tributo a uno degli artisti di riferimento di Thordson, Bob Dylan.
As the bluebird sings è in assoluto il disco che più ascolto in questo periodo. (Radiogagarin)

Tracklist
1. The Tale of Two Doves 4:36
2. As the Bluebird Sings 5:39
3. The Carpenters Coalmen 3:56
4. Through Wounds We Soon Will Stitch 4:16
5. Hells Half Acre 4:10
6. Havoc 7:05
7. Until the Time Its Over 6:13
8. The Sounding Line 5:38
9. Bridal 2:45
10. The Times They Are A-Changin 5:09

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Green Carnation - Blessing In Disguise

Blessing in Disguise

Tornano con la Season Of Mist dopo aver sfornato nel giro di pochissimi mesi un capolavoro dopo l'altro, a partire dal debutto del 2000 targato Prophecy Productions intitolato Journey To The End Of The Night fino alla definitiva rivelazione del 2002 con Light Of Day, Day Of Darkness. Con questa istantanea nuova uscita il gruppo norvegese non tradisce le nostre aspettative e conferma la regola scaraventando giù dalle classifiche gruppi del calibro di Brainstorm, Prong e Type O Negative. La storia controversa di questo gruppo può giustificare una discografia così densa (praticamente 3 dischi in 3 anni) ed allo stesso punto impeccabile, la band infatti è nata effettivamente nel 1990 come gruppo death metal già forte di un demo chiamato Hallucinations Of Despair, quando nel 1992 il cantante Richart Olsen abbandona e Tchort decide di lasciare il gruppo per unirsi agli Emperor. A questo punto il gruppo è costretto a cercare un nuovo cantante e cambia radicalmente stile costituendo ciò che adesso noi chiamiamo In The Woods, dovranno passare ben otto prima che il gruppo si riformi grazie all'amicizia dei singoli componenti, nel novembre del 1998 inizia il processo di stesura dei pezzi per un concept di 72 minuti interamente ispirato alla morte della figlia di Tchort. Le idee maturate nel corso di tutti questi anni sono cresciute dentro ognuno di questi ragazzi nella speranza che un giorno il gruppo potesse essere ristabilito, ebbene adesso i Green Carnation sono a tutti gli effetti sulla cima delle rivelazioni mondiali e non sembrano voler scendere.
Le atmosfere tanto evocate nelle precedenti uscite vengono qui leggermente sacrificate per dare maggiore spazio all'impatto sonoro delle chitarre, in effetti questo lavoro sembra conferire maggior importanza al contesto sonoro moderno in cui viene registrato, nel senso che le sei corde vengono curate in maniera particolare fino quasi a lasciar pensare al nuovo metal nell'energica Crushed To Dust. Ma possiamo stare tranquilli perchè con il procedere del disco, immediatamente con Lullaby In Winter, la struttura dei pezzi diventa più complessa e sostanziosa aumentando anche di durata. Proprio con la seconda traccia ed in particolare con la sorella in sesta posizione Two Seconds In Life, il gruppo svela il lato più profondo e malinconico del disco con sette minuti abbondanti di musica intrigante, grazie anche ad una voce dal timbro ideale alla situazione e grazie ad un basso che si farà sentire spesso e volentieri nell'arco di questi 56 minuti. Tra le tracce meglio riuscite perchè più complete compaiono senza ombra di dubbio Writings On The Wall, incalzante e travolgente nel suo cammino ricco degli spunti di tastiera degni delle atmosfere passate, la suggestiva nonchè aggressiva Myron & Cole forte di un organo uraganico e per concludere in bellezza, il pezzo che secondo il mio modesto parere renderà famosa questa release chiamato As Life Flows By che non sto a descrivervi perchè sono un ragazzo dispettoso. Comprate il disco! (True Metal)

Tracklist
1. Crushed To Dust 4:26
2. Lullaby In Winter 7:49
3. Writings On The Wall 5:26
4. Into Deep 6:09
5. The Boy In The Attic 7:13
6. Two Seconds In Life 6:28
7. Myron & Cole 5:53
8. As Life Flows By 4:45
9. Rain 8:06

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Coco Rosie - La Maison De Mon Reve

La Maison de Mon Rêve

Le sonorità del passato, che siano il pop plastico e sintetico degli anni 80, o il rock krauto o ancora il folk psichedelico dei 60, costituiscono ormai la materia prima sulla quale viene imbastita la stragrande maggioranza dei lavori in ambito pop-rock degli ultimi anni, nei quali gli artisti mangiano, digeriscono e rivomitano le influenze più disparate, alcuni aggiungendovi un più marcato tocco personale e acquistando una maggiore originalità, altri imitando le vecchie glorie in maniera più o meno pedissequa.
Grande importanza in questo clima di revival ha sempre avuto la tradizione cantautorale americana, in particolare quella marcata 60 (da Bob Dylan a Neil Young) e si perde il conto dei dischi nati sulla scia dei mostri sacri del genere: forse proprio per questo inflazionamento, perché si è già attinto a piene mani da quel tipo di approccio e di sonorità, le nuovissime leve che si cimentano col cantautorato classico hanno spostato la loro attenzione su altri percorsi musicali, compiendo un passo avanti (o meglio, indietro).
Fonte di ispirazione è diventata quella tradizione folk-country-blues primigenia, che affonda le proprie radici negli inizi del secolo e che ci ha lasciato un patrimonio inestimabile di reale musica "dell'anima", di nome e di fatto.
Che ciò sia solo l'ultimo hype o il frutto di una reale e appassionata riscoperta di certe sonorità poco importa, se i dischi che ne vengono fuori sono al livello di quelli di Devendra Banhart o di queste CocoRosie. Due sorelline dal grande talento (e pure belle, a quanto pare), Sierra e Bianca Casady, registrano questo disco nel loro appartamento, durante un periodo di convivenza a Parigi e ne esce fuori una piccola magia, di quelle, riteniamo, irripetibili: irripetibile per il tipo di sound ottenuto, il classico, bellissimo e sempre toccante lo-fi da cameretta, il cui impianto strutturale però è così fragile da correre il rischio di tramutarsi in boiata colossale in un attimo, e ancora irripetibile, perché se sono vere le leggende che raccontano della lunga separazione delle sorelle e del loro fortuito incontro parigino, già dal prossimo disco verrebbe meno l'urgenza espressiva e la chiarissima volontà di "catturare un momento" che questo disco tanto bene esprime.
"La Maison de Mon Reve" si muove, musicalmente, su due coordinate differenti che a volte rimangono parallele, a volte riescono ad intrecciarsi con risultati alquanto sorprendenti. La prima è rappresentata da canzoni di stampo eminentemente classico, spesso accompagnate dalla sola chitarra acustica e da rumori di sottofondo: la splendida "Terribile Angels", il gospel d'altri tempi "Jesus Loves Me" così divino e così pagano allo stesso tempo, l'atmosferica "Good Friday", tutta sussurri e dis-armonie vocali, la lirico-psicopatica "Candy Land" e la conclusiva, tristissima "Lyla". La seconda, quella che ci sembra maggiormente interessante e originale, è un'inedita commistione tra l'hip hop, o meglio, il trip-hop e l'estetica lo-fi , il tutto fatto viaggiare indietro nel tempo di un centinaio d'anni: provate a immaginare come suonerebbero i Portishead morti e sepolti, richiamati dall'oltretomba tramite una tavoletta ouija per un ultimo glorioso show, e vi farete un'idea dello stile di pezzi quali "By Your Side", in cui la voce è davvero incredibilmente simile nell'attitudine a quella di Beth Gibbons, oppure "Haitian Love Song", nella quale compaiono oltre a questo proto-beat elettronico, anche la chitarra e una sorta di wah wah ottenuto non si sa come.
Tirando le somme, proprio per il fortissimo carattere di "unicità" che questa opera presenta, l'auspicio è che le sorelle Casady sappiano innanzitutto mantenere intatta questa ispirazione, e che riescano, in lavori futuri, a mettere a fuoco le idee rendendo più solido l'aspetto compositivo delle canzoni in senso stretto, concentrandosi maggiormente sulla scrittura che sulla "coolness" del sound generale; quelli che si possono permettere di sfornare album in bassa fedeltà per dieci anni rimanendo su un livello alto di qualità si contano sulle dita di una mano. (Ondarock)

Tracklist
1. Terrible Angels
2. By Your Side
3. Jesus Loves Me
4. Good Friday
5. Not for Sale
6. Tahiti Rain Song
7. Candyland
8. Butterscotch
9. West Side
10. Madonna
11. Hatian Love Songs
12. Lyla

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Adriano Celentano - L'animale

L' Animale

A  ideare il titolo dell'album di Celentano è stato Jovanotti, titolo che calza a pennello ad un artista che si sente in gabbia come un animale per come il mondo sta andando a rotoli.
Sono 28 le tracce che compongono il doppio cd di vecchi successi del cantante che danno spazio solo a due brani inediti o quasi. Il primo è Sognando Chernobyl, pezzo in cui l'inizio a più voci regala una specie di sermone rock, dove Celentano cerca di far capire a chiare lettere che, se non si sistemano le cose nel mondo, si rischia l'Apocalisse.
Il secondo inedito è il capolavoro in musica di Franco Battiato: il brano La Cura, riarrangiato dallo stesso Battiato per Celentano, con l'aggiunta di versi in latino e con un tappeto sonoro portentoso e imponente esattamente come il testo, che regala all'ascoltatore un filo conduttore di speranza nel prendersi cura di chi si ama senza pretendere nulla, ma donando solo se stessi.
Il lettore continua a scorrere le Canzoni D'amore del primo cd.
L'emozione non ha Voce  - seconda traccia del disco - e poi L'Arcobaleno, pezzo creato per un arrivederci al grande Lucio Battisti scomparso, e ancora Acqua e Sale - pezzo famosissimo in duetto con Mina - fanno rivivere musicalmente dei frammenti di memoria sentimentale che si pensavano dimenticati.
Apri il Cuore, Gelosia, Una Carezza in un Pugno, Hai Bucato la mia vita non sono molto differenti musicalmente dalla prima incisione, come se il cantante avesse voluto lasciare l'età giusta ad ogni suo singolo pezzo creato dal 1968 ad oggi.
Le 14 Canzoni Contro invece, secondo titolo del nuovo album, si concentrano su tematiche sociali che da sempre hanno visto l'artista battersi anche televisivamente.
Sognando Cernobyl apre il sipario, per poi cedere il passo al brano La Situazione non è Buona e al pezzo Mondo in Mi 7° a, del  lontano 1966; scorrendo i pezzi si cade a volte in un  senso di inquietudine che non ti lascia per giorni, ogni volta che ci ripensi, ma forse è questa la sua vera chiave di volta.
Il Ragazzo della Via Gluck, Svalutation, Io sono un Uomo Libero o Prisencolinensinainciusol remix  regalano invece quegli anni quasi spensierati della musica che profumano di anni 80, ma sempre con dei testi che spaziano tra il sociale e la spensieratezza.
Aria... non sei più Tu invece, è una traccia presa dal disco del 2007  Dormi Amore la Situazione non è Buona, con un tappeto sonoro di synth e basso, che passano attraverso granitici riff di chitarra; il filo conduttore del testo è il mondo, un mondo che vive un momento d'indifferenza. Lavoratori, giovani disoccupati, che si rassegnano alla civiltà attuale.
Chiude questo doppio cd la canzone C'è sempre un Motivo, un pezzo quasi rap/pop che riesce a far battere il tempo mentre cerchi di stare fermo, il tutto condito con dei cori davvero incantevoli trascinati dalla voce di Celentano che è davvero unica.
L'Animale di Celentano è un cofanetto della memoria passata presente e forse futura; si ha la sensazione che il cantante abbia centrato un bersaglio: quello di cantare ciò che ha sempre pensato e, si sa, a volte dalle carte che si giocano nella musica può uscire la cosiddetta Luna Nera e a volte il Jolly... Celentano, con questo magnifico disco L'Animale, il jolly l'ha giocato da gran maestro! (Fullsong)

Tracklist
Disc 1
1 La cura
2 L'emozione non ha voce
3 L'arcobaleno
4 Dtoria d'amore
5 Più di un sogno
6 Acqua e sale
7 Dormi amore
8 Una carezza in un pugno
9 Apri il cuore
10 Gelosia
11 Hai bucato la mia vita
12 Una rosa pericolosa
13 Angel
14 L'ultima donna che amo

Disc 2
1 Sognando Chernobyl
2 La situazione non è buona
3 Mondo in Mi 7a
4 I passi che facciamo
5 Il ragazzo della Via Gluck
6 Svalutation
7 Io sono un uomo libero
8 Prisencolinensinainciusol (remix)
9 Aria...non sei più tu
10 Un albero di trenta piani
11 Ciè sempre un motivo
12 I want to know - Part I & II
13 L'ultimo degli uccelli
14 Uomo macchina.

http://www.myspace.com/adrianocelentano

http://www.fileserve.com/file/PhDceQa/Celentano

Interpol - Our Love To Admire

Our Love to Admire

A tre anni di distanza dal controverso "Antics", che aveva diviso critica e pubblico, gli Interpol danno alle stampe questo "Our Love To Admire". Il quartetto newyorkese giunge dunque alla tanto attesa terza prova. E la domanda è d'obbligo: sarà rilancio o appiattimento sugli standard ormai consolidati? La notizia del passaggio della band sotto l'egida di una major faceva temere il peggio. E il precedente dei Sigur Rós di "Takk" non appariva certo incoraggiante. Tuttavia, almeno la prova del rinnovamento è superata. Il nuovo disco, infatti, si differenzia in maniera sostanziale dal predecessore.
Nessuna svolta radicale, comunque, nella carriera del gruppo. Piuttosto, "Our Love To Admire" pare un chiaro omaggio degli Interpol alla loro indimenticabile opera prima, "Turn On The Bright Lights". Gli standard pop-rock-wave di "Antics", infatti, vengono parzialmente messi da parte. Banks e compagnia tolgono la polvere alle tastiere, i bassi e le chitarre paiono nuovamente luccicare. Il mood piuttosto monocorde, anche se mai noioso, della seconda prova viene accantonato, per dar vita a tracce piuttosto differenti le une dalle altre, con qualche caduta di stile, anche piuttosto vistosa, ma con la volontà di uscire dall'impasse usando le armi dell'eterogeneità e del dinamismo. Kessler è sempre ottimo nel disegnare perfetti archi geometrici, la batteria di Fogarino pulsa ancora, la voce di Banks si mantiene sempre vibrante e distante al contempo.
Una sfida da considerarsi superata solo parzialmente, comunque, con un "rimandati al prossimo".
"Pioneer To The Falls", minimale e malinconica, si propone in avvio come una delle tracce più azzeccate. Un Banks quasi atonale, accompagnato da chitarre mai invadenti e da un Fogarino (ancora) sugli scudi, adombra atmosfere fumose degne dei migliori Joy Division, chiudendo la traccia con un magistrale incedere di batteria e tastiere, in un finale epico. E se "No I in Threesome" è la solita, classica canzone-Interpol, con un basso iniziale da brividi, "Scale", con quei riverberi noise degni dei primi U2, introduce al singolo "Heinrich Maneuver", che sfrutta la scia catchy e orecchiabile della "Slow Hands" del disco precedente (ad accompagnarlo, un video a dir poco orrido).
Lo scoglio delle prime tracce è dunque superato con disinvoltura, ma addentrarsi nella parte centrale del disco è avventura piuttosto deludente. Tanto "Mammoth" e "Pace Is the Trick" quanto "All Fired Up" appaiono prive di mordente, monocordi sin dall'attacco di chitarra, e si trascinano stancamente sino alla fine. Tutt'altro discorso va fatto per gli oltre cinque minuti di "Rest My Chemistry", segnata da un inizio spiazzante, quasi gothic, sul quale vanno a innestarsi le chitarre che crescono imbastendo autentici wall of noise. Qui c'è l'essenza degli Interpol più rock, quelli più legati alle radici anni 80. E se la nona traccia, "Who Do You Think?", si rivela puro riempitivo, ecco che sia "Wrecking Ball" sia "Lighthouse" delineano scenari inediti per il quartetto. Un celestiale fluire di chitarre, la voce di un Banks disturbata, la chiusura lenta e cadenzata in un finale da camera e il mantra psichedelico dell'ultima traccia sono forse il manifesto di quello che gli Interpol potrebbero iniziare a essere, un possibile punto di svolta per un suono che, dopo cinque anni di successi, inizia un po' a mostrare la corda.
Un'altra prova sufficiente, dunque, eppure sospesa a mezz'aria, indefinita nel suo voler omaggiare il passato ammiccando a un futuro possibile. Resta ora da vedere se i Nostri si orienteranno verso quel sound nuovo, o quantomeno più variegato, lasciato balenare da "Our Love To Admire", oppure si areneranno sui lidi già battuti, che promettono soldi facili, ma una altrettanto facile disaffezione da parte di quanti si aspettano ormai dagli Interpol un efficace restyling. (Ondarock)

Tracklist
1. Pioneer To The Falls
2. No I In Threesome
3. The Scale
4. The Heinrich Maneuver
5. Mammoth
6. Pace Is The Trick
7. All Fired Up
8. Rest My Chemistry
9. Who Do You Think?
10. Wrecking Ball
11. The Lighthouse

http://www.myspace.com/interpol

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Guy Blackman - Adult Baby

Adult Baby

The most endearing of Adult Baby’s many endearing moments occurs in Guy Blackman’s lament of growing old, ‘At Their Age’, with the line: “Their skin so smooth, and their shiny hair/ And I wanna cry, or at least have sex with them”. Out of context it might appear wryly humorous, but Adult Baby is an utterly humourless record, one that constantly exudes the kind of vulnerability that enriches that couplet, so instead it has the heart-crushing quality of regret. Elsewhere Blackman is more hopeful, even exuberant in his own way, and the complicated presence of his lyrical persona endows his debut with a lot of charm, even a volume of bitter spunk. An example is ‘Carlton North’, where he sings a jaded melody about leaving Perth for Melbourne against a muscular backing of strings.
But on the whole, if it wasn’t for his bittersweet personality and willingness to return the gaze of his audience with his own frank stare, this would be a fragile and reed-thin record. Blackman’s sparse arrangements suit his subjects and his untrained voice, but they also preclude him from possessing some of the things that make the bands he sounds like – 69 Love Songs-era Magnetic Fields, early Belle and Sebastian – as powerful as they are vulnerable. But all this means is that on his first record Blackman doesn’t manage to knock the ball out of the park. It’s still a stable of sweet, subdued and fascinatingly honest pop songs.

Tracklist
1 Unsteady
2 Gayle
3 Dark & Quiet Place
4 Black Eyes
5 Act Like You Don't
6 Johnny
7 The Same Woman
8 At Their Age
9 Stay on the Beat
10 Mortified
11 Carlton North
12 I Still Think of You

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The Black Heart Procession - II

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I Black Heart Procession sono un progetto parallelo dei Three Mile Pilot, gruppo di San Diego (California) nel quale spicca il cantante Pall Jenkins. Questo tizio dalla voce malinconica e il tastierista dei TMPTobias Nathaniel decidono nel ’97 di scrivere nuova musica, però non destinata a finire nel repertorio della loro band. Nasce un primo album sotto la sigla dei BHP e, poi, arriva a perfezionare il progetto uno dei migliori dischi degli ultimi anni. “ 2” è composto da undici canzoni dall’incredibile mood nero, come il nome del gruppo, come la bellissima copertina scelta per il disco. Per i puntigliosi, si tratta tecnicamente di un folk-rock con elementi di spettrale country, di blues, di rock. Il tutto condito da una massiccia dose di rumori lugubri, sparsi un po’ per tutta la durata dell’album.
Si parte uscendo (o entrando) da un cancello cigolante, agitato dal vento che fischia, freddo e fumoso. Il primo suono “umano” che si sente è quello di una tastiera, ripetitiva, con una chitarra lenta e arrancante. E’ “The Waiter n#2”. Entra una voce triste, nostalgica come quella di un mendicante, mentre un’altra voce in lontananza echeggia svogliatamente le parole della prima con tono quasi beffardo. Parole d’amore: “se sono così lontano dal tuo cuore, perché riesco a sentirlo battere?”, continua a domandare la voce. Lo ripete fino a quando la voce viene risucchiata nel buio, nel vento.
Dal buio, dal vento, arriva una processione senza morto e senza corteo, sorretta da un accordion, da un organetto e da una meravigliosa tromba. Un triste buffone di corte accompagna la parata con una chitarra. La voce declama parole di guerra, di amore, di perdizione: una specie di danza macabra accompagna le “Blue Tears”, le tristi lacrime che cadono per una persona lontana, indefinita, perduta nel vento, nel mare, chissà dove.
La processione non finisce di raggiungere il cimitero che, in lontananza, comincia un’altra marcia. Una batteria lenta, trascinata, accompagna una chitarra altrettanto funerea e suonata quasi a fatica. Entra un pianoforte a scandire il tempo e, finalmente, una stupenda interpretazione vocale di Jenkins arriva a celebrare “A Light So Dim”. Sette minuti di lamenti, cigolii e voci dall’inferno. Un inferno umano, però, non metafisico alla Nick Cave, o alla Nico. In questo inferno non ci sono le anime: ci sono gli uomini.
La serie di capolavori non finisce con la successiva “Your Church is Red”: una chiesa rossa di sangue, una chitarra e un organo, e la voce di Jenkins scandiscono questa ballata di folk spettrale, col ritornello che si chiude con una frustata di chitarra.
Un arpeggio in minore introduce “When We Reach the Hill”, forte di un’interpretazione spaventosa da parte di Jenkins, che abbandona il tono malinconico per uno impaurito e insicuro. I rumori della notte e un organo simile al motore di un macchinario abbandonato in una fabbrica semideserta fanno il resto.
La tastiera di “Outside the Glass” e la voce filtrata di Jenkins regalano un momento di fluttuazione nell’aria, quasi una ninna nanna cantata da un feto nell’utero di sua madre. Se non ci fossero i soliti rumori di fantasmi nel finale, arricchito da un carillon, potrebbe trattarsi quasi di un momento rilassante nel disco.
"Gently off the Edge” sembra la sigla di un film dell’orrore, con gli accordi spaventosi del pianoforte, il consueto tappeto di rumori funerei, una tromba solenne a fare capolino e un cantato di Jenkins circolare e ritmato. Sembra di vedere un pianoforte in una stanza buia con i tasti che suonano da soli, o forse sono suonati da un fantasma.
“It's a Crime I Never Told You About the Diamonds in Your Eyes” regala un attimo di rock, anche se si tratta di un rock decisamente in linea con l’album. Efficacissime, comunque, l’interpretazione di Jenkins e la ritmica chitarra-piano-batteria.
“My Heart Might Stop” ritorna invece alle tematiche di “Gently Off the Edge”, di cui potrebbe costituire una sorta di continuum, con un cantato sospeso tra malinconia, dolcezza e il solito sentimento di spavento che permea tutto l’album.
“Beneath the Ground” è un esperimento di elettronica, chitarre distorte e tastiere che ricordano qualche esperimento dei Pink Floyd nel periodo “Dark Side”, con un breve intervento vocale di Pall Jenkins.
Il gelido cerchio che ha definito lo spazio destinato alla danza si chiude con “The Water n#3”, che riprende il brano iniziale, gli ululati, il vento gelido, i rumori macabri. Il cancello si chiude con un cigolio ferroso. In alto, sulla punta del cancello, ci sono due spuntoni. Due cuori neri sono trafitti dalle punte del cancello, sfiniti dal dolore: quando qualcuno riaprirà il cancello con un nuovo cigolio ferroso, ripartirà “The Water n#3”, e si aspetterà la mesta tromba di “Blue Tears” per una nova processione. Una processione dei cuori neri. (Storiadellamusica)

Tracklist
1 The Waiter #2
2 Blue Tears
3 A Light So Dim
4 Your Church Is Red
5 When We Reach The Hill
6 Outside The Glass
7 Gently Off The Edge
8 Its A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes
8 My Heart Might Stop
10 Beneath The Ground
11 The Waiter #3

http://www.myspace.com/theblackheartprocession

http://www.mediafire.com/?2teiizn4n0l

Mauro Corona - La Fine Del Mondo Storto (2010)

La fine del mondo storto

Un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti il petrolio, il carbone e l'energia elettrica. È pieno inverno, soffia un vento ghiacciato e i denti aguzzi del freddo mordono alle caviglie. Gli uomini si guardano l'un l'altro. E ora come faranno? La stagione gelida avanza e non ci sono termosifoni a scaldare, il cibo scarseggia, non c'è nemmeno più luce a illuminare le notti. Le città sono diventate un deserto silenzioso, senza traffico e senza gli schiamazzi e la musica dei locali. Rapidamente gli uomini capiscono che se vogliono arrivare alla fine di quell'inverno di fame e paura, devono guardare indietro, tornare alla sapienza dei nonni che ancora erano in grado di fare le cose con le mani e ascoltavano la natura per cogliere i suoi insegnamenti. Così, mentre un tempo duro e infame si abbatte sul mondo intero e i più deboli iniziano a cadere, quelli che resistono imparano ad accendere fuochi, cacciare gli animali, riconoscere le erbe che nutrono e quelle che guariscono. Resi uguali dalla difficoltà estrema, gli uomini si incammineranno verso la possibilità di un futuro più giusto e pacifico, che arriverà insieme alla tanto attesa primavera. Ma il destino del mondo è incerto, consegnato nelle mani incaute dell'uomo... Mauro Corona ancora una volta stupisce costruendo un romanzo imprevedibile. Un racconto che spaventa, insegna ed emoziona, ma soprattutto lascia senza fiato per la sua implacabile e accorata denuncia di un futuro che ci aspetta.

Redjetson - New General Catalogue

New General Catalogue

Sei ragazzi che vengono dalle zone meno glamorous di Londra e dal Southend suonano molto in giro e organizzano innumerevoli serate nei club dell’East End. Si fanno conoscere e iniziano a raccogliere consensi anche grazie a band più celebri come gli oxfordiani Youthmovie Soundtrack Strategies. Propongono un post-rock dall’apparenza algida e quieta e vengono incensati da NME che li definisce con entusiasmo. Niente di nuovo penserete voi: ecco l’ennesima ‘next best thing’ britannica che – per di più – può vantarsi di essere tra le preferenza dei connazionali Bloc Party .
E invece no. No perché dall’inizio di questo che è il loro primo lavoro – che segue singoli e split – si avverte che la vena melodica che si fa strada con molta umiltà – Divorce , Pieces go missing - è non solo particolare e caratterizzante uno stile proprio, ma degna di essere notata.
E’ un lento incedere nelle costruzioni sonore di un dedalo che ti costringe a essere percorso – America is it’s only friend -, si rimane piacevolmente vittime di profonde e vibranti canzoni –This every day, for the rest of your life - che si scoprono piano e contengono il cosiddetto post-rock, ma non ne sono schiave, anche perché si ascolta, anche se adeguatamente fatto proprio, un vago eco new wave – This city moans , A reptile cold blood -.
Un bel disco che ringrazia i Joy Division , Smiths , Interpol e Mogwai , ma lo fa in modo singolare e pulsante, come solo i Redjetson, forse, possono fare. (Liverock)

Tracklist:
1. Divorce
2. Stay Comfortable
3. Photograph
4. This City Moans
5. ...Sky Is Breaking
6. New Europe
7. Reptile Cold Blood
8. Wednesday's Rivals
9. Perseverance Works
10. America Is Its Only Friend
11. Pieces Go Missing

http://www.myspace.com/redjetson

http://link-protector.com/192193

 



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