Roddy Doyle torna ai grandi temi che hanno incantato i suoi lettori fin dall'epoca dei Commitments, raccontandoci le storie di una Dublino popolare e vivissima, nella quale ciascuno di noi si può rispecchiare. Tredici racconti che insieme compongono una sorta di "romanzo corale", che ancora una volta dà prova del talento dello scrittore irlandese nel saper riscattare le piccole cose, conferendo loro una straordinaria forza evocativa. Il tema dominante è quello della mezza età, e della crisi che inevitabilmente essa porta con sé. I protagonisti, tutti uomini, sono in qualche modo toccati da una perdita - del loro posto nel mondo, del potere, della virilità, della salute o dell'amore - e sono alla disperata ricerca di sé o delle glorie del passato. C'è la storia di una coppia sposata da tempo, che sembra trovare in un cane l'ultimo, fondamentale motivo per stare insieme, finché il cane non sparisce improvvisamente, rimettendo tutto in discussione. E c'è un gruppo di amici dublinesi che durante una vacanza in Spagna continuano a vivere come se fossero a casa, a bere, parlare, ubriacarsi, fino a un momento di epifania nell'arena, durante una corrida... E c'è la vicenda di una coppia giovane, che si perde e si ritrova - forse - in un'altalena continua di silenzi cercando un senso a un rapporto che molto probabilmente non ne ha più, mentre la nube del vulcano islandese ricopre di cenere l'Europa e la loro storia...
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sabato 26 novembre 2011
Diego De Silva - Sono contrario alle emozioni (2011)
Bisogna immaginarselo, Vincenzo Malinconico che va dallo psicoterapeuta e non è capace di fare il paziente. Bisogna immaginarselo fuori dallo studio, per strada, o a casa, mentre vive la sua vita e si fa le domande piú eccentriche e peregrine, e trova le risposte piú folli e piú logiche. Tagliarsi la lingua leccando una busta è o meno un infortunio che la racconta piú lunga di quel che sembra? Ci siamo interrogati abbastanza sulla portata avanguardistica di Raffaella Carrà? Perché guardare una palma mozzata sul lungomare può falsificare in un attimo il bilancio di un¿esistenza intera? È una gioia stargli dietro, seguire la sua testa tortuosa e cristallina mentre formula teoremi, aforismi e vanvere, variazioni sul tema dell¿amore, dell¿emotività e dei sentimenti; improvvisi interrogativi su parole che a un tratto perdono di senso; recensioni estemporanee di vecchie canzoni, di strani film, di eventi e persone; appunti sulla vita che assomigliano agli spilli di un entomologo instancabile. Nei suoi tentativi di analisi fai-da-te per ricomporre il senso di una storia finita, Vincenzo nasconde se stesso e il suo problema, per dirci molto di piú. Un romanzo vorticoso, fatto di pezzi brevi, comici, filosofici, sempre folgoranti, dove la scrittura si palesa al lettore in una delle sue versioni piú artigianali: quella di strumento per capire come la pensiamo sulle cose.
Vasco Rossi - La Versione di Vasco (2011)
"Ognuno ricorda le cose alla sua maniera, ognuno un po' se la racconta. Le biografie sono tutte false. Io sono stato franco. Con questo libro di dichiarazioni forse si capirà di più la mia versione. La versione di Vasco".
Oggi Vasco Rossi è molto più di una rockstar. Dall'estate del 2011 le sue incursioni entrano come lame affilate nei grandi temi dell'uomo e dell'attualità: la vita, la religione e Dio, l'amicizia, il senso dello Stato, la libertà, i giovani, il successo... Con questo libro i fan e chi non lo conosce abbastanza scopriranno un Vasco Rossi diverso e inedito. Sempre spericolato, sempre libero e temerario. Ma anche appassionato lettore di Bakunin e degli anarchici dell'Ottocento; di Proust e di Sant'Agostino. Una formazione da autodidatta che vive in ogni sua canzone. "La versione di Vasco" raccoglie i pensieri, le domande, le riflessioni della più seguita rockstar italiana. Un libro da leggere e da regalare. Una vera sorpresa. Una straordinaria testimonianza di vita.
venerdì 25 novembre 2011
Darkstar - North
Per cosa potrà essere ricordato il 2010 negli anni a venire? Il ritorno prepotente di certe sonorità pop, profondamente plasmate da effettistica elettronica, è un indizio decisivo. Due eventi come gli esordi di Twin Shadow e The Hundred In The Hands sono esempi lampanti. Pur con le caratteristiche che li contraddistinguono, i due dischi hanno riesumato gli albori del synth-pop senza sfigurare o peccare in calligrafia, ma veleggiando su livelli di eccellenza sotto tutti i punti di vista. L'opera prima dei Darkstar si inserisce in questo contesto con prepotenza e risalto quanto meno equiparabili.
Nonostante il lancio del disco assicurasse rivoluzioni in ambito dubstep, oltre a fantomatiche promesse di innovazione, “North” non è altro se non un bell'album di canzoni electro-pop. Spesso generare un'attesa smodata per un album può risultare controproducente, tuttavia la band sembra non averne risentito. Un trio la cui genesi è un incontro londinese fra James Young e Aideen Whaley, ai quali nel 2010 s'è aggiunto il cantante James Buttery. Malinconico, ombroso, deturpato: il suono non acquista un tono peculiare, ma assume progressivamente sfumature delicate, tonalità mai sgargianti, piuttosto opache. Una descrizione così netta e precisa rispecchia in modo pertinente il contesto in cui sono nate queste canzoni: Londra, città luminosa e tetra, folgorante e opprimente al tempo stesso, colma di caos e distrazioni. Mistici intrecci fra electro-wave (chi si ricorda di “Heat”?), electro-pop, commoventi linee pianistiche e un timido rantolo vocale.
L'opulenza di certe linee di synth risplende in un gioco di luci scurissime (foschi riflessi per “In The Wings”, atmosfere funeree in “Two Chords”, l'intro “In The Wings”), mentre l'assenza della voce non toglie un grammo di fascino a una musica stentorea (la marcetta zoppicante “Aidy's Girl Is A Computer”, la saturazione di bassi in “Ostkruez”). Dove un'ipotesi di ritmo vivacizza una cadenza tiepida (i complessi intrecci timbrici di “Gold”, le fredde folate di drum machine nella title track), l'opposto consta di placidi minimalismi (la lenta progressione di “Deadness”). La conclusione, ancor più trascinata e senza sussulti ritmici, conduce a una versione profondamente personale e passionale del pop elettronico.
“Dear Heartbeat” e “When It's Gone” sono la perfetta chiosa per un album tagliente, ardente, manifesto di un rimestio di idee tale da generare attesa e trepidazione. Pur non essendo esattamente ciò di cui si chiacchierava, "North" mette in mostra una malia irresistibile, vette di lirismo autunnale e una forza interiore da scovare. Un perfetto sigillo da riesumare in solitudine, fra nebbie e pensieri polverosi.
Tracklist
1. In the Wings
2. Gold
3. Deadness
4. Aidy's Girl Is a Computer
5. Under One Roof
6. Two Chords
7. North
8. Ostkreuz
9. Dear Heartbeat
10. When It's Gone
Remate - Superluv (Por Lo Que Tiene De Romántico)
Si finalmente, y tal y como todo apunta, se convierte en realidad ese futuro en que los sellos discográficos brillen por su ausencia y los grupos se autoediten colocando su música directamente en Internet, nos perderemos muchos datos que sirven para contextualizar la carrera de un artista. Pongamos por caso a Remate. En su deambular por lo más granado del sector discográfico nacional el asturiano ha parecido buscar un reconocimiento que se le resiste en su propio país. No tanto fuera de nuestras fronteras, donde su pop de autor con rasgos de americana (ayer. Hoy menos…) ha encontrado aplauso frecuentemente. Remate es lo que se podría decir un artista maldito, sí, y lo es en contra de su voluntad. No tengo claro si “Superluv” va a hacer algo por remediarlo –de hecho, y para ser sincero, me sorprendería mucho que así fuera- pero lo que resulta innegable es que su séptimo largo supone un notable salto de calidad, además de su, hasta la fecha, más importante pirueta creativa, con abrazo al castellano incluido. La ambición de Remate comienza por el aspecto conceptual -un álbum de canciones dedicadas a actrices porno que utilizan el “Superluv” como parte de su nombre artístico- y continúa por la compañía que se ha procurado para llevarlo a buen puerto –LD Beghtol como productor, y nombres tan atractivos como el de Julia Kent y Stephin Merritt jugando a las colaboraciones-. El resultado de todo ello es un disco de falso lo-fi, en el que el aire descacharrado y desganado que termina por imbuir al conjunto no es más que un recurso estético bajo el que laten canciones de una belleza extraña y estructuras bien distintas entre sí -no en vano Remate admite la influencia del “69 Love Songs” -, que transitan terrenos apenas explorados por el pop nacional y esplendorosas cuando dan en el clavo “Típico de California”, “Elvis Luv”, “Por lo que tiene de romántico” o “Gigante”.
Tracklist
01 Tipico de California
02 Laurie Allen
03 Shirley Maclaine
04 Elvis Luv
05 Por lo que tiene de romantico
06 Iris
07 Penny Century
08 La perdida
09 Mrs Bankrupt
10 Gigante
11 Marie
12 Mas alla
13 Superluv
14 Estampidas de Caballos
Ibrahimovic Zlatan - Io, Ibra (2011)
Da bambino la madre picchiava il piccolo Zlatan con un cucchiaio di legno, rompendoglielo in testa. Lui si consolava rubando biciclette e lasciando a bocca aperta i ragazzi più grandi con il pallone tra i piedi. All'Ajax lo accusarono di aver causato di proposito l'infortunio di un compagno che gli toglieva spazio. Nell'agosto del 2006 scandalizzò l'Italia lasciando la Juventus per l'Inter in piena [leggi tutto ...] Calciopoli. Tre anni e altrettanti scudetti dopo volò verso la squadra dei suoi sogni, il Barcellona, ma con Guardiola il rapporto non decollò. Dietro l'angolo c'era l'ennesimo colpo di teatro e il ritorno a Milano, stavolta con la maglia rossonera... In "Io, Ibra" Zlatan Ibrahimovic racconta per la prima volta i suoi numeri fuori e dentro il campo, gioie e follie di una vita sempre sopra le righe.
Sarah Pekkanen - l'amore non è il mio forte (2010)
Lindsey e Alex, sorelle gemelle, non potrebbero essere più diverse. Stesso giorno di nascita, stessi geni, eppure sembrano provenire da due pianeti lontani anni luce l'uno dall'altro. Fin da piccola, Lindsey ha sempre dovuto lottare per non essere l'eterna seconda. Alex, invece, è una bellezza mozzafiato in grado di abbagliare chiunque le si tovi di fronte e di far scomparire qualunque donna le stia accanto. Ecco perché Lindsey, a ventinove anni, quando, dopo aver dedicato la vita al lavoro e alla carriera, sta finalmente per ottenere un'importante promozione, crede di avercela fatta. Ma in una notte devastante, complice un colpo basso di una collega e troppo champagne, il sogno va in pezzi. Lasciata alle spalle la scintillante Manhattan, fa ritorno a casa, nel Maryland, dove però l'attende un'amara sorpresa: Alex, infatti, non solo sta per sposare Mr. Perfezione, ma flirta spudoratamente con l'amico d'infanzia di Lindsey, l'unico che l'ha sempre preferita all'affascinante sorella. È come se il mondo le crollasse addosso per la seconda volta in pochi giorni. Ma un nuovo lavoro e un incontro inaspettato permetteranno a Lindsey di ricostruire il rapporto con Alex e di scoprire un lato di se stessa che non avrebbe mai osato immaginare. E che le permetterà di prendersi qualche rivincita.
Folco Quilici - La dogana del vento (2011)
Una valle prealpina, aprile 1945: Guido, quindicenne, e sua madre sono rifugiati a Villa Alta, sotto l'imponente maniero della Dogana del Vento. Lì, al rugginoso cancello di Villa Alta, si presenta Pjotr, di poco più vecchio di lui. È un cosacco. Tra le tante vicende drammatiche che si incrociarono negli anni del Secondo conflitto mondiale, poco nota ancora oggi è quella dei circa ventimila cosacchi che, fieramente antibolscevichi, combatterono volontari accanto ai tedeschi e agli italiani. All'approssimarsi della fine del conflitto, i cosacchi cercarono un accordo con i vincitori ma furono rimpatriati e, condannati per tradimento, finirono davanti ai plotoni d'esecuzione o nei gulag siberiani. Con la fine delle ostilità Guido perde le tracce di Pjotr, ed è tormentato dal sospetto che, insieme ai suoi, abbia fatto una fine crudele... Passano gli anni, quando d'improvviso una strana coincidenza riaccende in Guido il desiderio di conoscere la vera sorte dell'amico perduto: di una giovane promessa del calcio italiano i giornali scrivono che è figlio di un cosacco fuggiasco. Guido si mette sulle tracce di Erminia, la donna che anni prima ha amato un cosacco al punto da concepire un figlio con lui. Il rapporto che stabilisce con lei è alimentato dal legame di entrambi con quel cosacco di cui si sono perse le tracce. E proprio facendo i conti con il passato Guido ed Erminia potranno aprirsi a un futuro carico di sorprese...
Margaret Mazzantini - Mare al mattino (2011)
Farid e Jamila fuggono da una guerra che corre piú veloce di loro. Angelina insegna a Vito che ogni patria può essere terra di tempesta, lei che è stata araba fino a undici anni. Sono due figli, due madri, due mondi. A guardarlo dalla riva, il mare che li divide è un tappeto volante, oppure una lastra di cristallo che si richiude sopra le cose. Ma sulla terra resta l'impronta di ogni passaggio, partenza o ritorno - che la scrittura, come argilla fresca, conserva e restituisce. Un romanzo di promesse e di abbandoni, forte e luminoso come una favola.
mercoledì 23 novembre 2011
Lars Von Trier – Dancer In The Dark
Un film di Lars von Trier. Con Catherine Deneuve, David Morse, Björk Gudmundsdóttir, Peter Starnmare, Peter Stormare.
Dancer in the Dark era una canzone cantata, e ballata, da Fred Astaire in Spettacolo di varietà. Ed è la metafora della vita di Selma, operaia arrivata in America dalla Cecoslovacchia, minata da una cecità progressiva che diventerà totale, e che fantastica, appunto, sui musical. Lavora in tutti i turni in fabbrica, si porta a casa altri lavori, non ha svaghi, non ha amori, non ha niente, tranne un figlio che ha la sua stessa malattia, ma che potrà essere operato. Selma risparmia il denaro per l'operazione centesimo dopo centesimo. Quando un poliziotto (Morse) che le sembrava amico le ruba i soldi, tutto precipita, il film diventa un altro film. La donna finisce con l'uccidere il poliziotto (ma glielo chiede lui), viene arrestata, processata, condannata a morte, potrebbe evitare l'esecuzione pagando un avvocato, ma dovrebbe usare i soldi dell'operazione del figlio. Dunque preferisce farsi impiccare, e l'impiccano, con tanto di rumore del collo che si spezza. La persona più buona e generosa subisce le cattiverie e le ingiustizie peggiori della storia del cinema. Il talento di von Trier è ampiamente (esageratamente) riconosciuto. Anarchico, provocatorio, alla ricerca esasperata del non convenzionale (a cominciare dalla macchina a spalla che però abbandona quando serve) è anche il più spietato degli autori contemporanei (Altman è una specie di Capra edulcorato al confronto). Tutte le vicende partono dalla speranza e dalla dolcezza e finiscono nella più profonda e un po' compiaciuta, tragedia. L'estremizzazione è una pratica legittima ma l'artificio della musica e delle canzoni servono a von Trier come alibi per un approdo troppo disperato e agghiacciante. È un trucco che non ci piace. Vincitore della Palma d'oro a Cannes (naturalmente). Davvero straordinaria la cantante Bjork, a sua volta premiata come migliore attrice. Rivisto il "fantasma grasso" di Catherine Deneuve che il non convenzionale Lars fa diventare un'operaia alla catena di montaggio.
Il voto di Pierolupo: 2/5
Volete soffrire per due ore e venti minuti pregando che l’interprete principale non ottenga più rinvii alla propria esecuzione? Accomodatevi! Ci sono infiniti modi per raccontare una storia e per provocare un'emozione, tra i tanti il regista ha scelto il peggiore e il più ipocrita.
lunedì 21 novembre 2011
Kim Chapiron - Sheitan
Un film di Kim Chapiron. Con Vincent Cassel, Olivier Bartélémy, Roxane Mesquida, Nico Le Phat Tan, Leïla Bekhti, Ladj Ly, Julie-Marie Parmentier, Gérald Thomassin, François Levantal. Horror, durata 94 min. - Francia 2006.
Sheitan cade logicamente nella confusione più totale, tanto da essere rischioso persino definirlo. Frullando i boschi de La casa (1981), gli autoctoni ritardati di Tobe Hooper o di Un tranquillo weekend di paura (1972) e un atteggiamento della periferia degna di una produzione di Luc Besson, Sheitan gioca su tutti i fotogrammi con i clichè più esasperati». Così la critica cinematografica d'oltralpe radiografa alla perfezione l'opera prima del regista di origini vietnamite Kim Chapiron, di cui sono protagonisti giovani ragazzi strappati alla banlieue parigina, insieme a Vincent Cassel.
Sheitan (il titolo in arabo e in persiano significa "Satana") è tratto da una sceneggiatura dello stesso regista e di suo padre, Christian Chapiron, e racconta in uno stile che viene palesemente dal genere dei videoclip musicali, fra commedia (molta) e horror (poco), una diabolica campagna parigina in una contemporanea notte di Natale.
Bart (Olivier Barthélémy), ragazzaccio di un sobborgo cittadino, arriva con i suoi amici Thaï (Nico Le Phat Tan), Yasmine (Leïla Bekhti) e Ladj (Ladj Ly) nella casa di campagna della seducente Eve (Roxane Mesquida), dove trascorreranno il Natale, magari all'insegna del sesso facile e di qualche orgia. Fra bambole fatte a pezzi, marionette impiccate e bizzarri compaesani, conosce il custode della casa, il pastore Joseph (Vincent Cassel), un uomo violento e sopra le righe, che ha una strana attrazione per lui. Quando però il letto di Yasmine viene invaso da cavallette, Bart e i suoi gregari cominciano ad averne abbastanza di quel posto e vogliono scappare.
Vietata ai minori di 16 anni in Francia, la pellicola è un horror psichedelico mischiato a un humour nerissimo letteralmente plasmato, modellato e illuminato dalla figura di Cassel (anche produttore assieme all'autore e a Éric Névé) che, da solo, regge interamente il film, apparendo però a tratti più gigione che spaventoso. Di sicuro, il suo doppio ruolo femminile è motivo di visione, così come certi jeux di sound-editing curati da Nguyen Lê. Ma tutto questo non basta a dare un "cuore tachicardiaco" all'opera che lascia piuttosto freddi, nonostante un montaggio febbricitante, invasato, onirico e accelerato che sicuramente sottolinea la totale libertà espressiva moderna dell'autore. Peccato anche per alcuni punti morti narrativi che decelerano il ritmo della sceneggiatura, rendono così poco compatto il film.
Insomma, l'operazione di Kim Chapiron - che aveva già diretto Cassel nei corti Tarubi L'Arabe Strait 2 (2001), La Barbichette (2002) e Le chat de la grand mère d'Abdel Krim (2003) – non riesce del tutto, malgrado il curioso e bellissimo finale e tutte le simbologie a questo annesse. Piccola curiosità: nella scena della rapina dell'autogrill, il commesso guarda un film horror in bianco e nero con una vampira che, guarda caso, è la nostra Monica Bellucci!
Il voto di Pierolupo: 2/5
E’ un film sconclusionato che alla fine ti fa solo incazzare. L’interpretazione di Cassel non mi è piaciuta, il ruolo di cattivo-scemo del villaggio non gli si addice. Per il resto del film non succede nulla a livello narrativo. Un sacco di cose non si capiscono e anche su Internet nessuno le ha capite. Fate altro.
Pascal Laugier – Martyrs
Un film di Pascal Laugier. Con Morjana Alaoui, Mylène Jampanoï, Catherine Bégin, Robert Toupin, Patricia Tulasne, Juliette Gosselin, Xavier Dolan-Tadros. Horror, durata 97 min. - Francia, Canada 2008.
Prima del divieto ai minori in Francia, rivisto e ritirato tra mille dibattiti, c'era stato persino il rifiuto della sceneggiatura da parte del produttore Richard Grandpierre, pur avvezzo alle censure vista l'esperienza con Irreversible di Noé. Anche Grandpierre aveva considerato Martyrs ai limiti della sopportabilità, per poi decidersi a investire comunque su una pellicola dallo scandalo assicurato.
E nella polemica generale il regista, Pascal Laugier, credendosi paladino della libertà d'espressione, sembra essersi convinto di aver girato un inaccettabile film di denuncia. Tutt'altro, Martyrs è solo un horror congegnato per irritare gratuitamente, per nulla rivoluzionario e affatto in linea con la perversione degenerata e di dubbio gusto del thriller contemporaneo. Saint Ange perlomeno si contestualizzava nella Francia occupata e citava i classici italiani degli anni '70. Martyrs è invece una carneficina, compiaciuta della propria perversione in un ormai patologico, per il genere horror, eccesso del mostrare (pensiamo naturalmente ai vari Saw e in particolare a Saw IV). Perso nei suoi stessi ingranaggi, non racconta e non si fa tramite di un mondo in decadimento attraverso le regole di genere (cosa in cui eccelleva lo straordinario Cargo 200), né, d'altra parte, riflette sul suo stesso punto di vista cinematografico, argomento su cui la scuola di horror d'oltralpe riesce bene persino nei casi di macelleria più espliciti.
Martyrs inizia in medias res, senza alcun preavviso né attimo di tregua. Ci presenta subito mostri inventati e ruoli scambiati, riprendendo un po' goffamente marche tipiche di certo horror asiatico. Degenera poi nell'escatologico, quasi mistico, in sostanza demente. Ci porta all'interno di un imbarazzante trattato sul tema del martirio, inaspettatamente pretenzioso e ascetico. Della bravura delle due belle protagoniste, Morhana Aloui e Mylene Jampanoi è difficile parlare, intente come sono a gridare insanguinate per buona parte del film.
Resta poco, dalla messa in scena inelegante, alle pretese da nuovo Salò pasoliniano. Martyrs sembra piuttosto uno scandalo ben progettato, una "boucherie" senza alcun limite (se non quello, coerentemente col tema passionale, erotico) rivestita da misticheggianti motivi religiosi.
Il voto di Pierolupo: 2/5
Indubbiamente brave le due attrici, il film è una boiata pazzesca. Comincia pure promettendo bene, la trama prosegue indegnamente e finisce davvero da far incazzare. Un film inutile, insignificante, privo di senso. Dedicate questa ora e mezza ad altro.
Mike Leigh - Another Year-Un Altro Anno
Un film di Mike Leigh. Con Jim Broadbent, Lesley Manville, Ruth Sheen, Oliver Maltman, Peter Wight, David Bradley, Martin Savage, Karina Fernandez, Michele Austin, Philip Davis, Imelda Staunton, Stuart McQuarrie, Eileen Davies, Mary Jo Randle, Ben Roberts. Drammatico, durata 129 min. - Gran Bretagna 2010.
Lo scorrere delle stagioni di un anno accompagna la vita di un gruppo di personaggi. Gerri, psicologa e Tom, geologo, sono sposati da decenni e hanno un figlio avvocato, il trentenne Joe che conduce vita indipendente ma non ha ancora una compagna. Gerri e Tom ospitano spesso Mary, segretaria nella clinica in cui lavora Gerri sempre in cerca di un uomo col quale condividere le proprie tensioni. A loro si aggiungerà Ken, vecchio amico di Tom e ora spesso ubriaco. In autunno Joe porterà un sorpresa che i genitori troveranno molto piacevole: Katie, una terapista occupazionale di cui si è innamorato ricambiato. L'inverno una morte improvvisa colpirà la famiglia.
Mike Leigh, dopo la variazione sul tema di Happy Go Lucky torna ai suoi soggetti preferiti: le persone (non i personaggi si badi bene) colte nel loro quotidiano con i piccoli/grandi problemi del vivere e con le piccole/grandi gioie (i pomodori coltivati nell'orto fuori città). Leigh è innanzitutto un grande sceneggiatore. Non c'è uno dei suoi caratteri che pronunci frasi che suonino false ma quello che soprattutto resta intatto nel suo fare cinema è la pietas nei confronti delle persone che ritrae in frammenti di vita in cui ci si può in tutto o in parte riconoscere anche se si vive a latitudini diverse. Sia chiaro che non si tratta di 'pietismo'. I suoi protagonisti non si piangono addosso. Vivono le loro contraddizioni, ne soffrono, Leigh ci mostra le loro lacrime ma anche i loro sorrisi senza pretendere nè di fare della facile psicologia nè, in questo caso, di analizzare uno spaccato sociale particolarmente definito.
Da quel grande esploratore delle relazioni umane che è, Leigh ci ricorda in questo film che il tempo che scorre su e dentro di noi non può essere controllato ma non va neppure lasciato a se stesso. Siamo noi, ogni giorno, a caricarlo delle nostre aspettative, delle nostre tensioni, del nostro essere vivi. Basta guardarsi intorno e si troverà sempre qualcuno a cui dare e qualcuno da cui ricevere. Basta rinunciare a rinunciare.
Il voto di Pierolupo: 4/5
Un film su chi soffre per la solitudine, perdente per definizione, e sulla forza che ti da la compagnia di un uomo o di una donna. A me però fanno più paura i due interpreti principali, le loro buone maniere, la loro normalità, la mancanza di tentazioni o dubbi, piuttosto che i loro amici sfigati. Un film molto godibile.
Benny Barbash - Il piccolo Big Bang (2011)
"Il mio papà è grasso. Meglio, il mio papà era grasso finché non sono iniziate a succedergli strane cose, cose così assurde che chi le leggerà non ci crederà che possono avvenire. Ma di queste parlerò solo in seguito, quando accadranno. Per il momento non sono ancora successe, e io devo tornare al mio papà grasso per il cui grasso tutto è iniziato, ancora prima che qualcosa succedesse per davvero, come avviene sempre con gli inizi improvvisi, che prima di loro non c'è niente che possa essere una causa di ciò che verrà dopo".
Simona Sparaco - Lovebook (2009)
Solidea ha solo otto anni quando all'uscita di scuola incontra Edoardo, un adolescente sicuro di sé, dall'andatura spavalda e lo sguardo intrigante. Non è che una bambina con le trecce e i pon pon, ma non ha dubbi: Edoardo è il grande amore della sua vita. La differenza di età però, a quei tempi di scuola, si rivela una barriera insormontabile, possibile che il destino abbia intenzione di farli incontrare così presto? Quindici anni più tardi, dopo una lunga e disastrosa relazione sentimentale, nella mente di Solidea si riaffaccia il ricordo di Edoardo, e questa volta basta digitare il suo nome su una tastiera per dare una mano al destino e ritrovarlo su Facebook. Sembra facile ma, si sa, il destino ha i suoi tempi. Ha inizio così una romantica e avventura, una storia raccontata a due voci, ricca di colpi di scena e imprevisti, perché anche ai tempi di Facebook, dove tutto si consuma in modo così rapido e bulimico, un amore può essere intenso e sofferto, come quando era necessario attraversare a vela gli oceani per ritrovarsi.











