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Ricerca personalizzata

martedì 6 settembre 2011

16 Horsepower – Yours Truly

Yours Truly

Di David Eugene Edwards negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare. Per quello che fa adesso, per quello che ha fatto prima. Oramai è diventato una sorta di perfetto anti-eroe della mitologia alternative rock americana: il tenebroso, ispirato D.E.E., che ha guardato negli occhi lo spettro del country e l’ha trascinato oltre le soglie del crepuscolo del ventesimo secolo. Una volta c’erano i 16 Horsepower, oggi ci sono i Woven Hand, e forse non tutto ciò che le due band di cui ha determinato la storia è così buono come ci raccontano, ma le tracce che hanno lasciato sulle terre aride che si sono ritrovati a solcare per quasi due decenni sono evidenti.
L’operazione messa in piedi adesso dalla Glitterhouse, perciò, è tutt’altro che priva di senso. Un doppio cd con la pretesa di rappresentare nel migliore dei modi possibili l’anima dei 16 Horsepower, condensata in venticinque canzoni scelte tra la copiosa produzione della band nel quinquennio abbondante che l’ha vista calcare le scene. Un best of, quindi, ma non un semplice Best Of. Le due facce di “Yours Truly” sono ben distinte e rispondono a logiche differenti. La prima ha le sembianze di un riassunto della storia dei 16 Horspower per come la racconterebbero i loro fan. La seconda è nient’altro che l’ombra dei loro angoli più remoti, quelli quasi dimenticati.
Lato A, quindi. “People’s Choice”. La scelta della gente. E in effetti è successo che su tutta una serie di siti web è stato chiesto ai devoti dei 16 Horsepower di votare le proprie dieci canzoni preferite della band. Incrociando i dati, ecco i dodici brani che sarebbero finiti sul disco. Per forza di cose, come di solito accade quando si scomodano i conoscitori profondi, di sorprese non se ne trovano. Ora, non sappiamo se l’ordine della scaletta rispecchi anche quello, decrescente, dei voti ottenuti dalle singole tracce. Ma il fulminante terzetto che apre – “Black Soul Choir”, “American Wheeze”, “Splinters” – somiglia molto a quello che ci saremmo potuti aspettare. Per il resto, è il caso di farne una questione di pura statistica: un pezzo è stato pescato dall’omonimo Ep d’esordio del 1995, tre dal seminale “Sackloth’n’Ashes” del 1996, due dal successivo “Low Estate” (1998), ben cinque dall’osannato “Secret South” (2000), uno da “Folklore”, l’ibrida – solo quattro brani originali in mezzo a cover e vecchi rottami della tradizione folk - uscita di scena del 2002.
Poi c’è il lato B. “B-Sides & Rarities”. E qui si dice già tutto, o quasi. Le canzoni sono tredici, e nessuna finora era mai stata pubblicata su un album ufficiale. Sapete benissimo di che tipo di roba stiamo parlando: b-side di singoli, sessions radiofoniche, versioni demo. Da collezione, più o meno. E nel mucchio non manca qualche chicca, naturalmente, come “Phyllis Ruth”, “Flowers In My Heart” e “Dead Run”, vale a dire il contenuto integrale - al netto della title track - del primo promo single della band “Heel On The Shovel”, del 1995. Curioso, anche, sentire anche la versione, più lenta di qualche buon giro, di “Black Soul Choir” che nel 1996 era finita nella compilation “Beat Up Bosnia”, in compagnia di brani di una ventina di altri musicisti, tra cui Steve Wynn e Motorpsycho.
Per farla breve, un prodotto un po’ ruffiano ma decisamente ben accetto. A chi era troppo giovane o magari occupato a esplorare frontiere più battute, “Yours Truly” offre un compendio di spessore, di cui fidarsi. E che può tornare comodo anche per guardare – ascoltare – i lavori dei Woven Hand con altri occhi, per riconoscere meglio il sentiero lungo il quale David Eugene Edwards s’è consumato le suole delle scarpe per arrivare fin qui. (Ondarock)

Tracklist
Disc 1 - People's Choice
1. Black Soul Choir
2. American Wheeze
3. Splinters
4. Haw
5. For Heaven's Sake
6. Clogger
7. Hutterite Mile
8. Poor Mouth
9. Cinder Alley
10. Low Estate
11. I Seen What I Saw
12. Strawfoot

Disc 2 - B-sides & Rarities
1. Phyllis Ruth
2. Flowers In My Heart
3. Dead Run
4. American Wheeze
5. Black Soul Choir
6. Bad Moon Rising
7. Worry
8. The Partisan
9. Fire Spirit
10. Cinder Alley
11. Poor Mouth
12. Clogger
13. De-railed

http://www.myspace.com/16horses

http://www.wupload.it/file/141196238

Juno - Soundtrack From The Film

Juno

Jason Reitman racconta la vita di un'adolescente rimasta incinta nella (benpensante) provincia canadese a suon di musica. I brani scelti per commentare il tenero e coraggioso viaggio di Juno verso la scoperta di se stessa, del mondo e dell'amore si adattano alle stagioni del film e allo stile indipendente e intraprendente della "feconda gioconda" del titolo. La filastrocca folk di Barry Louis Polisar, autore di canzoni e libri per bambini, stabilisce l'età dell'innocenza della protagonista e fissa le coordinate dell'intero soundtrack che utilizza ampiamente il folk, con qualche eccezione. Se il padre adottivo del futuro bambino ama il grunge e tenta di istruire la ragazzina con i dischi dei Pixies, Juno risponde con il punk e Iggy Pop. Sarà un pezzo delle Hole (suonato alla chitarra da Jason Bateman ma assente nella scaletta dell'album) a instaurare l'intesa tra l'adolescente e il trentenne in un rapporto che si consoliderà prima con l'ascolto di "Superstar" dei Carpenters riletta dai Sonic Youth e poi - per pochi attimi - con il glam rock dei Mott The Hoople. I due brani dei Belle & Sebastian si intrecciano amabilmente ai toni leggeri delle canzoni di Kimya Dawson dei Moldy Peaches, voluta espressamente dalla sceneggiatrice del film Diablo Cody perché nel suo immaginario il personaggio di Juno ascolta i dischi della cantautrice americana. L'ultimo brano in scaletta è infatti una cover di "Anyone Else But You" dei Moldy Peaches, cantata dagli attori Ellen Page e Michael Cera in una versione che la stessa Dawson ha ammesso di preferire all'originale.

Tracklist
1 Barry Louis Polisar - "All I Want Is You"
2 Kimya Dawson - "My Rollercoaster"
3 The Kinks - "A Well Respected Man"
4 Buddy Holly - "Dearest"
5 Mateo Messina - "Up The Spout"
6 Kimya Dawson - "Tire Swing"
7 Belle & Sebastian - "Piazza, New York Catcher"
8 Kimya Dawson - "Loose Lips"
9 Sonic Youth - "Superstar"
10 Kimya Dawson - "Sleep"
11 Belle & Sebastian - "Expectations"
12 Mott the Hoople - "All The Young Dudes"
13 Kimya Dawson - "So Nice So Smart"
14 Cat Power - "Sea Of Love"
15 Kimya Dawson and Antsy Pants - "Tree Hugger"
16 The Velvet Underground - "I'm Sticking With You"
17 The Moldy Peaches - "Anyone Else But You"
18 Antsy Pants - "Vampire"
19 Michael Cera and Ellen Page - "Anyone Else But You"

http://rapidshare.com/files/85648418/Juno_Soundtrack.zip.html

Damion Suomi - Damion Suomi

Damion Suomi

Damion Suomi's debut album Self-Titled is far from complicated. Over the course of 10 songs, he spins yarns about drinking, love lost, redemption and traveling. Not exactly original or heady territory. Moreover, most of the songs are structured rather simply and are centered around his voice and his acoustic guitar. A violin jumps into the fray once in awhile, as does a trumpet and on a select few songs, a rhythm section is added, as well as an electric guitar, a piano and keys. The production by Matt Malpass is bare-bones and minimum. And somehow, perhaps divinely, this disc is an absolute goldmine.
Whether it's the utterly profane and startlingly candid hook-up song "What a Wonderful Game," or the reconciliatory ode to boredom "Sunday Night," there is a clarity and conviction to his words and message that is both unrivaled and impossible to mimic. When he does aim to make a point, as on "Darwin, Jesus, The Devil and Me," it's neither cliched or sugar-coated when he sings, "Go on and take more than you need, all your sins have been washed clean, you're only human, you're only human, boy."
Stylistically the songs are spartan folk songs that vary only mildly. Opener "Archer Woman" is piercing and soaring, as it swims through roots-rock territory, with him singing, "My archer woman shot me down...don't let her see me cry." Backed by a rollicking rhythm section and a touch of electric guitar, it's as welcoming and warm as one could hope for, even if the song deals with a broken relationship. His voice seems to be a mix between Michael Stipe and Atlanta native Josh Joplin and is warm, supple and brimming with raw emotion. When he does kick up the tempo, as on the aforementioned "Darwin, Jesus, The Devil and Me," and the straightforward "Save Your Ass," he sounds wholly comfortable and in the pocket.
If there's any reservations after listening, it's that there aren't more songs like those two. There's an energy and a delight in listening to the songs bounce and strut that seems to work rather well. That does not dismiss the shuffling "San Francisco," or the toe-tapping "Ghost," by any stretch. In fact, "San Francisco" features a delicate set of lines about tenacity in the face of adversity, “I gotta sing. I gotta shout. This world is tough. Boy, you should know if you love something let it go."
While he certainly seems to favor songs and themes about alcohol, there's still an assuredness and a charisma that leaps out of the speakers from the very first note. Inspired by Irish culture and bar drunk poetry, he set out to recreate that sentiment, writing songs birthed from time spent in pubs, downing drinks and lousing up romances. After years spent fronting local rock/pop bands, he took to his native Florida and began performing sets of classic Irish folk songs, Irish drinking songs and his own material to wide acclaim.
That time spent on the road has certainly served him well. There is something deeply resonant about these 10 songs and something wholly captivating about listening to them. There aren't many singer/songwriters who can sound so hopeful, candid and poignant while at the same time sounding drunk, hopeless and wreckless. That he can do such things in just 10 songs is something to cherish. These timeless tales are simple yet stunning, making for a beautifully intricate maelstrom of emotion and melody. The real clincher though is that on an album adorned with simple, intricate melodies, Suomi manages to say and do quite a lot with very little. Few singer/songwriters ever make this strong an impression the first time out.

http://www.myspace.com/damionsuomi

http://www.megaupload.com/?d=9JQ6AZ52

Tracklist
1. Archer Woman 3:43
2. Darwin, Jesus, The Devil, And Me 4:56
3. What A Wonderful Game 4:13
4. San Francisco 3:17
5. Sunday Morning 3:54
6. Ghost 4:24
7. One More Time 3:53
8. Oh Won't You Please 3:06
9. Save Your Ass 4:15
10. Waltz 2:43


Ruben Fleischer - Benvenuti A Zombieland

Locandina Benvenuti a Zombieland

Un film di Ruben Fleischer. Con Woody Harrelson, Jesse Eisenberg, Emma Stone, Abigail Breslin, Amber Heard, Bill Murray, Derek Graf, Brian Stretch. Titolo originale Zombieland. Horror, durata 80 min. - USA 2009.

l mondo è stato già invaso dagli zombie, la popolazione è stata già quasi totalmente decimata se non ridotta in stato di morto vivente e i pochi superstiti faticano a rimanere tali. Columbus in particolare ha messo a punto una serie di regole da seguire scrupolosamente che sembrano mantenerlo in vita nonostante l'aspetto non certo da uomo d'azione. Chi invece con l'azione ci va a nozze è Tallhassee (tutti quanti si chiamano con il nome della città di provenienza come in guerra), cowboy fuori dal tempo esaltato dall'atmosfera da fine del mondo e fiero massacratore di zombie. Sul loro percorso verso un ovest presumibilmente libero da zombie troveranno Little Rock e Wichita, due sorelle tutt'altro che indifese anch'esse allo sbando.
Il film ha avuto un successo talmente inaspettato negli Stati Uniti che i produttori si sono già messi all'opera per realizzare il sequel che sarà girato interamente con la tecnica del 3D. Ecco quanto dichiarato da uno dei produttori: "Tutti si sono divertiti con Zombieland; abbiamo pensato che per rendere ancor più viscerale un'esperienza del genere si può sfruttare il 3D. Io non credo che la gente voglia vedere una storia di persone comuni in 3D, ma Zombieland potrebbe essere uno di quei film che possono maggiormente trarre vantaggio da questa!".

http://www.megaupload.com/?d=V0GWSIXN

Zazie Von Einem Anderen Stern – Regen: Tropfen

Regen:Tropfen

Dietro il nome enigmatico e difficilmente memorizzabile di Zazie Von Einem Anderen Stern (più facile in inglese: Zazie from another star), opera da qualche anno la ventisettenne pianista tedesca di origine svedese Maike Zazie Matern.
Si direbbe che la passione per il pianoforte le scorra nelle vene fin da bambina, da quando ascoltava il padre suonare il medesimo strumento e curiosava nella collezione casalinga di dischi classici e moderni, da Chopin e Satie a Keith Jarrett. Da adolescente o poco più, Maike rimane poi affascinata dalle ballate di Tori Amos e, nel contempo, dalle screziature elettroniche nordiche di Björk e dei primi Múm; trasferitasi a Berlino, Maike entra in contatto con Nils Frahm (pianista, produttore e inseparabile sodale di un certo Peter Broderick), ampliando lo spettro dei suoi interessi artistici e cominciando a cimentarsi con quella che può ben apparire quale la sintesi delle sue passioni musicali giovanili.
Il suo album di debutto "Regen: Tropfen", pubblicato dalla importante etichetta texana Drifting Falling, si colloca dunque in quel territorio della "experimental piano music", di esplorazione ormai piuttosto comune ma proprio per questo non sempre suscettibile di conseguire risultati sopra la media. È invece proprio quello che riesce all'artista tedesca attraverso gli undici brani di un disco chiaramente proteso verso il minimalismo elettronico, ma che, accanto a disarticolati toni pianistici, presenta violoncello, glockenspiel e un'ampia di field recordings, frammenti vocali e suoni dalle provenienze più varie.
Non vi è tuttavia facile romanticismo, né particolare sforzo di costruzione armonica, nelle tracce della Matern, che, in maniera analoga a quella posta in essere dai connazionali Swod, predilige lavorare piuttosto su "rovine elettroniche" e simulacri melodici destrutturati, nei quali si inseriscono echi di singole note, respiri, sillabe, rumori e silenzi, tutti dosati in funzione di corollario a cadenze pianistiche austere o di contrappunto ad atmosfere inquiete e talora dissonanti.
A differenza di tanti altri artisti operanti nel campo della "experimental piano music", la Matern non punta sulla resa emozionale di composizioni organiche, quanto invece su schegge elettro-acustiche giustapposte in un gioco a incastri nel quale note sempre più rade risuonano sulle quinte di arpeggi impetuosi, distaccati spoken word, accenni di melodiche asincrone e samples catturati dalla vita di tutti i giorni.
Tutto sembra studiato per risultate freddo e inerte nel mondo in penombra tratteggiato da "Regen: Tropfen", eppure, il movimento tenue ma incessante delle composizioni in esso racchiuse ne fanno un piccolo scrigno delle meraviglie, in perenne equilibrio tra descrittivismo cinematico e latenti tensioni minimali, esaltate dalla schiva alternanza tra parlato e cantato da parte della Matern.
Ascoltare per credere brani quali "Morgen", "Regentropfen", "Im Juli" e "Klavierregen" per riscontrare in quest'opera prima dell'artista tedesca compassate astrazioni e sinuose sospensioni temporali, inframezzate da timide schegge melodiche; tutte valide testimonianze di un talento umbratile e ancora non del tutto sbocciato, ma dal quale è lecito attendersi possa mantenere la promessa insita nel particolare alias del suo progetto artistico, ovvero musica che sembra provenire da un altro mondo. (Ondarock)

Tracklist
1.Intro
2.Morgen
3.Raum Ohne Zeit
4.Regentropfen
5.Ölandsvisa
6.Im Juli
7.Klavierregen
8.Zwischen Meinen Händen
9.Nachtschwärmen
10.Nacht
11.Outro

http://www.myspace.com/zazievoneinemanderenstern

http://www.mediafire.com/?sh7oqu0e04a1r3b

Vito Bruno - Il ragazzo che credeva in Dio (2009)

Il ragazzo che credeva in Dio

In una lontana primavera che traboccava di vita, Carmine decide di farsi prete. Nulla sfugge a quell'energia che con l'aiuto di qualche libro ha imparato a chiamare Dio. Adesso, alla soglia dei cinquant'anni, quella certezza che l'appagava è solo un lontano ricordo. Ad accrescere il suo turbamento, da un villaggio sulle montagne del Montenegro arriva Alena, splendida e giovanissima personificazione del dolore, costretta con la forza a prostituirsi. Attorno, un coro di personaggi alle prese con la quotidiana lotta per la sopravvivenza sullo sfondo di una Taranto torrida e inquinata: Pietro, operaio al siderurgico con il padre malato di cancro; Nino, adolescente di buona famiglia adescato dalla malavita locale; Cataldo, figlio di un povero pescatore con il sogno del pallone come riscatto sociale; Sandra, ex compagna di scuola nonché primo e unico amore di Carmine.

Mario Quattrucci - Marè in luogo di mare (2009)

Marè in luogo di mare. Interludio. Le inchieste del commissario Marè. Vol. 8

Nella casa per ferie marine "Buon Riposo", gestita da suore, un uomo muore in circostanze sospette. Un vescovo e uno scrittore, lì in vacanza, ricorrono all'aiuto dell'amico Marè per chiarire la faccenda, scoprire in fretta l'assassino e allontanare dalla casa sospetti e maldicenze. Le indagini porteranno alla scoperta della doppia e losca vita dell'uomo ucciso e, alla fine, della triste realtà che ha portato alla sua uccisione. Ma, insieme a uno spaccato significativo della "varia umanità" temporaneamente riunita per le vacanze, metteranno anche in luce uno strano intreccio di rapporti fra alcuni villeggianti della Casa. Questo intreccio prenderà significato allorché, cinque mesi dopo, nella vicina cittadina di Ladiano, troverà la morte una persona impegnata al "Buon Riposo" connessa, in qualità di testimone, col primo omicidio. Spostate le indagini a Ladiano Mare, con l'aiuto di vecchi e nuovi amici investigatori, scoprirà l'ordito di un nuovo intrigo a base economica e finanziaria e, naturalmente, farà luce anche sul secondo assassinio.

Elisabetta Bucciarelli - Ti voglio credere (2010)

Ti voglio credere

L'ispettore Maria Dolores Vergarti è agli arresti domiciliari a Milano, indagata per omicidio volontario dopo aver accoltellato una donna nei boschi della Valle d'Aosta. Si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Rinchiusa in casa, assediata da immacolati mazzi di fiori, è alla ricerca di una verità i cui confini sono incerti. In Questura a Milano arriva la notizia del suicidio di una giovane dal ponte di viale Forlanini. Il poliziotto Achille Maria Funi decide di informare subito la Vergani, sentendosi irrimediabilmente legato a lei e alla sua perizia professionale. Mentre il caso appare sin dall'inizio un vero e proprio rompicapo, nel quartiere di San Siro vengono ritrovate tre croci maestose piantate nel terreno, un enigmatico Golgota scoperto nel giardino della villetta di una famiglia perbene. A breve compaiono croci analoghe in altre città, una Via Crucis sinistra di cui una delle stazioni nasconde un cadavere. Ancora una giovane donna, martoriata nel corpo e nell'anima, vittima di un'idea irraggiungibile di perfezione, inflitta con un digiuno che aspira all'ascesi. Mentre Funi tenta di imbrigliare le sue intuizioni, Maria Dolores si avvita in una spirale di pensieri nella quale si confondono ricordi falsati e percezioni incerte, la Giustizia e la Verità. Non sempre facce della stessa medaglia. Prigioniera della più difficile delle indagini - la sua colpevolezza o la sua innocenza - la Vergani dovrà ripensare anche al proprio senso di giustizia.

Katherine Pancol - Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì (2011)

Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì

I personaggi di Katherine Pancol sono ancora affannosamente in cerca della felicità pur scansandola per mille, buone ragioni. Hortense, la sua sfacciataggine e la carriera che decolla, l'odio ostinato per i sentimentalismi e Dio sa quanta fatica per abbandonarsi all'amore. Shirley, un valzer serrato tra relazioni sbagliate che dura da troppo e ormai l'ha sfinita. E poi lei, Josephine. Timidezza incurabile e maglioni sformati. Che attraversa Parigi per prendersi cura di un fiore. Gary che non ha la pazienza di aspettare, Philippe che invece non fa altro, e infine Oliver - "faccia da re umile" - che fa l'amore come s'impasta del buon pane. Un girotondo di vorrei ma non posso che finalmente ha la forza di interrompersi: fare i conti con quello che è stato, farlo adesso e senza riserve, per afferrare un lembo di felicità. D'altronde, gli scoiattoli di Central Park insegnano: la felicità ci inganna e dura un istante. La domenica i turisti affollano il parco, ma il lunedì?

Impetuoso. Travolgente.
È questo che si pensa, appena si inizia a leggere il romanzo di Katherine Pancol, Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì.
È il tono narrativo stesso ad essere impetuoso, a travolgerci con le storie che ci racconta per bocca di personaggi che prendono vita sotto i nostri occhi di lettori, con una immediatezza sconcertante. Perché questo romanzo è l’ultimo di una trilogia (con Gli occhi gialli dei coccodrilli e Il valzer lento delle tartarughe) e si potrebbe temere di non riuscire a raccapezzarsi se è, invece, il primo a capitarci tra le mani. Non è così.
Per un qualche miracolo operato dalla bravura dell’autrice non avvertiamo neppure la necessità di un elenco dei protagonisti in apertura del libro, come spesso troviamo in romanzi così ‘affollati’. Katherine Pancol sparge con parsimonia qualche dettaglio delle vicende precedenti a mano a mano che procede con il racconto, colmando gli spazi vuoti o rinfrescando la memoria di chi ha già conosciuto la famiglia Cortès.
Non proverò neppure a dire qualcosa della trama del romanzo: la trama è la vita dei personaggi e la vita dei personaggi è il riflesso della loro personalità.
Al centro c’è una famiglia di donne: la formidabile matriarca Henriette, le sue figlie Iris e Joséphine e le figlie di Joséphine, Hortense e Zoé. La bella Iris, la figlia prediletta di Henriette, è morta nel romanzo precedente; la dolce Joséphine, con i suoi complessi di inferiorità, è una studiosa e una scrittrice in cerca di ispirazione (il primo romanzo della serie era imperniato sul libro scritto da lei ma pubblicato a nome della sorella che glielo aveva commissionato e che si era goduta la gloria… finché era stata smascherata dalla nipote Hortense); Hortense, bella come la zia Iris, non ha neppure vent’anni ma è una forza della natura, sa quello che vuole - avere successo come stilista e disegnatrice - e si fa strada senza scrupoli senza curarsi delle vittime che lascia sul suo percorso; la piccola Zoé, infine, adolescente all’ombra della sorella e alle prese con il primo amore.
L’amore entra nelle vicende di tutti i personaggi, vissuto in maniera diversa: rapporto di puro sesso, sogno romantico, incontro occasionale, sentimento profondo, entusiasmante scoperta della ‘prima volta’.
Ma l’amore è solo una parte della vita e il romanzo di Katherine Pancol non è un romanzo d’amore. Ogni personaggio ha una sua meta da raggiungere, più o meno concreta, più o meno apprezzabile: se Henriette mira ad appropriarsi dei soldi dell’ex marito in maniera fraudolenta e Hortense insegue la gloria dopo essersi aggiudicata l’allestimento delle vetrine di Harrods, c’è anche chi, come Joséphine, o Zoé, o Gary (innamorato di Hortense), o Gaétan (il fidanzatino di Zoé), o persino Philippe (vedovo di Iris, antiquario, padre di Alexandre, innamorato di Joséphine), è in cerca della propria identità, di che cosa vuole realizzare, di che tipo di essere umano vuole essere.
E allora: il romanzo dentro il romanzo, il diario di uno sconosciuto che Joséphine ha trovato nei cassonetti dell’immondizia, diventa emblematico di tutte le storie che abbiamo letto.
Il diario, che servirà da ispirazione a Joséphine, è stato scritto negli anni ‘60 e contiene la storia di un amore speciale, dell’infatuazione di un giovane per l’attore Cary Grant - simbolo di qualcuno che si è fatto dal nulla, costruendosi come voleva essere, cambiando anche nome, perché fosse più consono al suo nuovo ‘io’.
C’è tanto, tantissimo, c’è di tutto nel romanzo di Katherine Pancol. Un po’ come in una soap opera televisiva. C’è vita vera e c’è improbabilità, c’è realismo e c’è un’estrema casualità. C’è un miscuglio di generi, dal pettegolezzo dei tabloid al thriller, dai riferimenti storici colti alla chick-lit.
C’è soprattutto, una grande capacità di raccontare, di intrattenere il lettore: se Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì è un feuilleton, benvenuto un feuilleton ben scritto perché, dopotutto, si ha anche bisogno di distrarsi dalle difficoltà, dalla piattezza e dalle durezze della vita quotidiana.

Marco Risi - Fortapasc

Locandina Fortapàsc

Un film di Marco Risi. Con Libero de Rienzo, Valentina Lodovini, Michele Riondino, Massimiliano Gallo, Ernesto Mahieux, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Gianfranco Gallo, Antonio Buonomo, Duccio Camerini, Marcello Mazzarella, Daniele Pecci, Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri, Gianfelice Imparato. Drammatico, durata 108 min. - Italia 2008.

Giancarlo Siani è un giovane praticante, impiegato “abusivo” per il Mattino col sogno di un contratto giornalistico e di un’inchiesta incriminante contro i boss camorristi e i politici collusi. Lucido e consapevole, Siani si muove tra Napoli e Torre Annunziata, un avamposto abbattuto dal terremoto e frequentato dagli scagnozzi armati di Valentino Gionta. Indaga, si informa, verifica i fatti e poi scrive pagine appassionate e impetuose sui clan camorristi e sulla filosofia camorristica. Era il 1985 quando Vasco Rossi cantava “ogni volta che viene giorno” e un giornalista di ventisei anni moriva assassinato per “ogni volta che era stato coerente”. Gli ingredienti per realizzare l’ennesima agiografia di una vittima (dimenticata) della camorra c’erano tutti. C’era la vicenda personale di Giancarlo Siani, c’erano gli Ottanta, quelli dei tangentisti e dei faccendieri, delle commesse e della corruzione, delle spese inutili e della burocrazia gonfiata, degli omicidi del generale Dalla Chiesa, c’era un Paese sordo alle idee di Siani che scriveva (e lavorava) per un’Italia migliore, c’era l’inevitabile sacrificio finale. Ma Marco Risi non ha realizzato un altro film sulla camorra, concentrandosi esclusivamente sulle tappe di avvicinamento di Siani prima a una consapevolezza di sé e della lotta politica, poi a una strategia letteraria e provocatoria. La camorra è in ogni gesto di chi si oppone a Siani, in ogni silenzio indifferente, nelle grottesche indagini dei carabinieri, nella “clemenza” della magistratura, nelle assurde pratiche rituali di “guappi” spietati e armati, che intendono porre la corruzione e la violenza come norma fondamentale di convivenza sociale. Risi, all’interno del medesimo spazio (Torre Annunziata), distingue due campi contrapposti, determinando il fronteggiarsi delle due parti: i villains che utilizzano la forza della pistola per ascendere l’empireo della carriera camorristica, l’eroe che avvia la sua opera di progressiva e inarrestabile bonifica dell’illegalità con la macchina da scrivere, puntando sul valore della persuasione. Sullo sfondo c’è Napoli e l’isteria collettiva che circondava nel 1985 Maradona, involontario capopopolo, occasione di riscatto, speranza di rivalsa calcistica e sociale, sul ricco Nord da parte del garzone del macellaio e di una città pronta ad osannare e a stritolare. Napoli come corpo corruttore e Napoli generatrice di “antidoti” capaci di riequilibrare moralmente l’ordine esistente. Napoli, ancora, sede del “Mattino”, che invia in un polveroso avamposto battuto dai fuorilegge un giornalista eroico, immagine della possibilità di progresso e fertilità contro l’aridità e l’improduttività dell’arroganza. Dopo il vuoto e la degradazione giovanile dei suoi ragazzi fuori, che hanno la Lazio come sommo ideale, che alimentano la loro forza con un linguaggio osceno, che scelgono la via dell’omologazione passiva e che hanno bisogno del branco per riconoscersi, il regista milanese si concentra su un ragazzo solare senza lati oscuri, isolato dai politici di palazzo in un non luogo sventrato e svuotato per essere riempito dall’eccitazione del business e poi affondato nei liquami chimici. Se il Maradona di Risi (Maradona – La mano de Dios) non ha mai smesso di cercare il suo pallone, Siani non ha mai smesso di cercare la verità e di morire per questo giovanissimo dentro la sua Citroën Mehari e sotto il cielo di Napoli. Risi coglie l’importanza della solitudine in cui viene abbandonato Siani e la spirale dentro cui viene fatto scivolare lentamente fino al massacro del settembre ’85. Con la linearità di un cinema che non ha tesi da dimostrare ma una bruciante urgenza di raccontare, Fortapàsc mette in piazza una classe politica che mira alla propria autoconservazione, una società incivile che chiede la legittimazione di essere incivile e un giornalismo (impiegatizio) che continua a ignorare le proprie responsabilità nel degrado sociale, etico, linguistico e culturale del Paese.

http://www.wupload.com/file/106632838/Fortpasc.2009.iTALiAN.DVDRip.XviD-Republic.CD1.avi
http://www.wupload.com/file/106644726/Fortpasc.2009.iTALiAN.DVDRip.XviD-Republic.CD2.avi

lunedì 5 settembre 2011

Coldplay - Viva La Vida (Or Death And All His Friend)

Viva La Vida Or Death And All His Friends

A tre anni da quel “X & Y” (Capitol, 2005) che spiazzò critica e pubblico per la sua sfacciata presa di posizione mainstream, per una band da cui invece ci si aspettava un più deciso passo in avanti nel rock melodico di ricerca, “Viva La Vida” dimostra che quelle premesse erano di lì a venire. Ovviamente introdotto da rumori (che risalgono addirittura al tardo 2006), voci di corridoio, e un battage pubblicitario più strombazzante che mai, il lancio di “Viva La Vida” non ha dimenticato di evidenziare la novità più clamorosa del progetto: la produzione di Brian Eno. Come per i primi U2 e i Talking Heads della maturità (e ben più recentemente per “Surprise” di Paul Simon), il Leonardo Da Vinci del rock ha raccolto i quattro giovani londinesi e li ha trasformati in freddi strumentisti pop che ripercorrono con nuovo vigore creativo l’intera storia del britrock.
L’intero album è anzi all’insegna del più spudorato citazionismo (un ingrediente che già era stato appannaggio dei Coldplay fin dal debutto “Parachutes”), ma le intersezioni tra melodia e arrangiamenti suonano ora grandemente a fuoco. In “42” il mood passa dal Lennon di “Imagine” ai Radiohead di “Paranoid Android” e quindi in filastrocca saltellante alla Arcade Fire (i maestri del revisionismo degli anni 2000), per poi tornare brevemente al registro pensoso iniziale. La doppia “Lovers in Japan/Reign of Love” attacca con una corsa gaudiosa che richiama nuovamente gli Arcade Fire di “Power Out”, e quindi sfuma in una ninnananna cristallina di corde e piano soffuso rutilante.
La title track prende in esame il melodismo degli Smiths e lo rimpinza di archi, timpani e celesta (e un lieve contrappunto ambientale con clavicembalo), e si spegne in un organo di chiesa. “Yes”, la più ambiziosa, è una ballata che ricalca la “Eleanor Rigby” Beatles-iana, pur nascondendo una profusione di suoni in sottofondo (brusii di chitarre, archi e drum machine), scardinata da un artificio di produzione (un effetto “sbobinamento”) che lancia una corsa di chitarre space-rock ispirata dal canto shoegaze dell’era Broken Social Scene.
Altre accortezze riguardano “Lost!”, debitrice del Lennon di “Give Peace A Chance”, forte d’organo polifonico e battimani, e la soul-oriented “Cemeteries Of London”, con canto preso a prestito dal tardo Bono, libere note di piano fuori tempo e sincopi in stile flamenco. Ma “Strawberry Swing” adotta un honky-tonk giubilante con canto sussurrato (che tende a illanguidirsi come per le peggiori ballate di “X & Y”) e un marasma d’arrangiamento quasi lisergico. E “Violet Hill”, il singolo di lancio, è una hit quantomeno atipica (passo ska, chitarre apocalittiche, cori invocanti), aperta e chiusa da due minuscoli prodigi di produzione: un’aurora drone e un sottovoce alla Harold Budd. In scala ingrandita, pure l’album è aperto e chiuso da intro e outro analoghe, quasi una salmodia glitch che all’inizio si arricchisce di un motivo strumentale e in chiusa fa da sfondo al canto di Martin (ma preceduta da “Death and All His Friends”, umile fantasia melodica-corale che cita anche gli ultimi baluardi del rock britannico, i Polyphonic Spree).
È un album stranamente epidermico dall’inedita robustezza di suono e di escamotage sonori, che camuffa il qualunquismo in esistenzialismo. Come? Tutti fanno praticamente tutto, dal Chris Martin tenuto a briglia corta che canta secco e talvolta dolente, agli accordi costantemente sfaldati di Jon Buckland (anche polistrumentista), dal synth del bassista Guy Berryman alle sovraccariche ma disinibite ritmiche di Will Champion (anche al piano). Il filtro Eno (ma con lui c’è un Jon Hopkins nei panni di lussuoso decoratore), tra armature elettroniche, grumi digitali e armonie folgorate, impianta una dose più che generosa - e talvolta sprecona - d’istrionismo visionario.
La scritta che sfonda l’emblema di Delacroix della copertina riprende l’iscrizione della pittrice messicana Frida Kahlo, forse la musa del progetto. L’outro collegata a “Death And All His Friends” ha un titolo fantasma: “The Escapist”. (Ondarock)

Tracklist
1 Life in technicolor
2 Cemeteries of London
3 Lost!
4 42
5 Lovers in Japan/Reign of love
6 Yes
7 Viva la vida
8 Violet hill
9 Strawberry swing
10 Death and all his friends (Ghost track)

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Patrick Wolf - The Magic Position

The Magic Position

Lo possiamo ben dire: sul dizionario, il lemma "simpatia" non rimanda in alcun modo al nome di Patrick Wolf. Se vi doveste imbattere in una sua intervista (disponiamo di un asciutto quanto esaustivo esempio anche sulle nostre pagine), capireste cosa intendiamo. Chi è allergico all’arte pedatoria è pregato di portare pazienza, magari saltando a piè pari queste righe, tuttavia non possiamo fare a meno di accostare il giovane cantautore britannico all’altrettanto giovane pedatore Zlatan Ibrahimović. Avete presente il gigione svedese, quando si pianta immobile per interminabili secondi con la palla fra sé e l’avversario, aspettando la prima mossa di quest’ultimo per beffardamente saltarlo? Una delizia per gli estimatori del beau geste, una croce per l’inviperito difensore e per gli oltranzisti del barone Pierre De Coubertin. Ma soprattutto, con buona pace per ogni assunto riconducibile all’affabilità del personaggio e alla sua attenzione verso il mestiere altrui.
Aspettando che la buonanima di Lester Bangs si appropri infine della penna di qualche perfido scribacchino, affinché renda la vita difficile al nostro Patrick e ai suoi tormenti da public relation (e noi, anche volendo improvvisarci emuli, fummo frustrati nelle bellicose intenzioni dall’assai pratico ma limitante uso dell’e-mail), non possiamo che sommessamente andare oltre, e parlare del giocatore in quanto tale e del gioco, che nella fattispecie consiste nello scrivere canzoni. Wolf è in questo un talento cristallino, che sa muoversi e giocare come pochi altri.
Lo avevamo lasciato all’indomani della tempesta romantica di "Wind In The Wires", un autentico terremoto, la fragorosa scossa d’assestamento di una qualità già palesatasi al debutto, e che lo ha segnalato come il vero outsider vincente dell’anno duemilacinque. Lo ritroviamo oggi, liberato dall’effetto sorpresa, a riprendere il tema come se nulla fosse: in una mano la stessa penna puntata contro i nostri cuori, e nell’altra un vaso di pandora colmo di note, forse un po’ auto compiaciute, di certo più solari, ma che non sacrificano nemmeno una stilla di qualità sull’affollato e insidioso altare del cantautorato neoromantico.
Laddove il predecessore indugia su tempi posati e rallentamenti melodici, "The Magic Position", sia pur con analogo armamentario d’archi ed elettronica, trasmuta in qualcosa di più movimentato e brioso, regalandoci attitudini e propensioni più smaccatamente pop. Ci pensa subito "Overture" a inserire quella marcia più sostenuta che Patrick ci aveva fatto solo intravedere in precedenza (si ascoltassero "Tristan" e "The Libertine", di due anno orsono), coi suoi sbuffi incalzanti di matrice Tears For Fears prima maniera ("Mad World"?) che però nella seguente title track si accostano in modo ancor più deciso alla scrittura di Marc Almond. Non lo credereste? Levatele percussioni e archi, sostituendole con drum machine e sintetizzatori, e l’effetto Soft Cell è assicurato. L’affinità elettiva diviene ancor più praticabile con l’ascolto di "Accident & Emergency", per via di una sezione ritmica questa volta più spigolosa e ballabile, a immortalare il classico singolo vincente, di quelli da cui è difficile separarsi. E rapisce oltremodo anche il crescendo armonico di "The Bluebell", un summa melodico a due tempi il cui ritornello s’insinua con espedienti degni della migliore tradizione pop-wave britannica, che ha in Ian Mc Culloch uno dei suoi alfieri.
Come a volersi svincolare da così strette e, a sentir lui, ingombranti rispondenze, Wolf torna a raccogliersi attorno a umori più prossimi al folk. Così "Magpie" segna il ritorno a un mood più intimo e familiare, con un’accorata trama di pianoforte e viola che sostiene un delicato duetto canoro con un’ospite di lusso, una Marianne Faithfull dall’interpretazione quanto mai toccante e ispirata. Cantautorato classicheggiante e ambizioso che ben pochi sanno oggi esprimere con tanta compiutezza, e che va a far da liason con quello di "Augustine", evocante struggevolezze vicine a un Bowie sospeso fra "Hunky Dory" e "Ziggy Stardust", nonché col sapore retrò dello swingato piano bar minimalista di "Enchanted".
"Secret Garden" è un divertissment di saturazione digitale che funge da intro a "Get Lost", la quale rivela gli insospettati umori propri dei Cure intenti a maneggiare l’ unplugged della loro "Boys Don’t Cry". Il ritorno ai temi d’inizio album è solo apparente, giacché la già citata e quieta "Enchanted" predispone i chiaroscuri alla maestosa ninna nanna favolistica "The Stars", un vero gioiello d’innocente, infantile, onirica malinconia.
"Finale" è il breve strumentale a chiusura di un disco denso di citazioni ma mai calligrafico, che circoscrive ancor più le coordinate di uno stile personalissimo, per colui che si conferma quale uno dei cantautori principe della nuova generazione. (Ondarock)

Tracklist
1. Overture
2. Magic Position
3. Accident And Emergency
4. Bluebell
5. Bluebells
6. Magpie
7. Kiss
8. Augustine
9. Secret Garden
10. Get Lost
11. Enchanted
12. Stars
13. Finale
14. Bluebells

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Muse - H.A.A.R.P. Live From Wembley Stadium

Haarp CD/DVD Set

Celebrati da un paio d'anni come una delle migliori live band del pianeta, inevitabilmente i Muse "dovevano" pubblicare il loro album live raccogliendo il risultato dei due monumentali concerti dello stadio di Wembley del Giugno 2007. C'è poco da dire sul disco anche se ritrasmettere le sensazioni di un concerto dei Muse non è certamente cosa facile e solo alcuni brani riescono parzialmente nell'impresa, mentre altri senza la presenza scenica che il trio inglese sa dare perdono certamente parte del loro maestoso appeal. Il dvd incluso nella confezione quindi è decisamente l'aspetto migliore di questa pubblicazione, sia per i contenuti che per gustarsi appieno cosa può voler dire assistere oggi ad un concerto di Matt Bellamy e soci.
La discussione può dunque aprirsi solo sulla tracklist del cd audio perchè Plug In Baby non può e ripeto non può mai mancare in una qualsiasi raccolta dei Muse (live o no), mentre qui viene sacrificata per lasciare spazio soprattutto a molti brani dell'ultimo fortunatissimo "Black Holes And Revelations" (ben 6 su 14). Sul disco "audio" spiccano quei brani che sembrano fatti apposta per suonare live o per dare dal vivo quel qualcosa di eccezionale che li rendono unici: Hysteria è uno schiacciasassi, Time Is Running Out è diventata quasi un inno e New Born è stratosferica.
Il dvd, come detto, è invece superlativo; riassume e presenta perfettamente cosa vuol dire assistere ad uno show dei Muse: musica, immagini, suoni ed emozioni assolutamente uniche. I Muse sono oramai diventati una macchina da guerra e la capacità del trio di stare sul palco si evince da come ogni singolo movimento di Matt Bellamy, dal pianoforte al microfono e viceversa, sia contraddistinto da quasi una palpabile attesa di tutto il pubblico. La tracklist del dvd è ovviamente molto più soddisfacente, anche per chi i Muse li amava da prima del successo dell'ultimo disco e il rivedere le immagini di pezzi come Feeling Good seguita da Invincible conferma come la qualità dei Muse è rimasta inalterata da oramai 10 anni a questa parte, così come sentire Unintended è sempre da pelle d'oca ed il finale di Stockholm Sindrome e Take A Bow sono l'esempio più chiaro di quanta energia venga emanata da uno show di Matt, Dominic e Chris.
C'era bisogno di un disco del genere? Forse no, ma dato che era oramai inevitabile aspettarsi questa pubblicazione si può sicuramente dire che il risultato prefissato è più che raggiunto. (Troublezine)

Tracklist CD
01. Intro
02. Knights of Cydonia
03. Hysteria
04. Supermassive black hole
05. Map of the problematique
06. Butterflies and hurricanes
07. Invincible
08. Starlight
09. Time is running out
10. New born
11. Unintended
12. Microcuts
13. Stockholm syndrome
14. Take a bow

Tracklist DVD
01. Intro
02. Knights of Cydonia
03. Hysteria
04. Supermassive black hole
05. Map of the problematique
06. Butterflies and hurricanes
07. Hoodoo
08. Apocalypse please
09. Feeling good
10. Invincible
11. Starlight
12. Improv
13. Time is running out
14. New born
15. Blackout
16. Plug in baby
17. Stockholm syndrome
18. Take a bow
19. Backstage footage
20. Take a bow

http://www.myspace.com/muse

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sabato 3 settembre 2011

King Crimson – Red

Red: 30th Anniversary Editions

Quaranta minuti scarsi per demolire decenni di futuri luoghi comuni sul progressive. "Red" è anzitutto questo: il compendio di un'intera stagione ormai al crepuscolo, ma anche un vademecum imprescindibile per il rock del futuro. L'ibrido fertile che ridicolizza in un colpo solo tutte le panzane sulla presunta artificiosità del prog opposta alla genuinità del rock'n'roll "stradaiolo". Niente onanismi, muffe e licheni, dunque: "Red" è rock moderno e abrasivo, in cui persino il sinfonismo si fa lancinante deflagrazione.
Quasi sapesse di dover ormai abdicare a una nuova generazione di musicisti - è il 1974, la rivoluzione punk-wave è alle porte - il Re Cremisi lancia il suo urlo, ancor più terrificante di quello dell'uomo schizoide dell'esordio. Un canto del cigno, forse, ma anche una lezione ai posteri. Potranno piacere o meno i Nirvana, ma la definizione di "più grande album di tutti i tempi" firmata Kurt Cobain suona per "Red" come un suggello d'immortalità.
Il quartetto magico Robert Fripp-John Wetton-Bill Bruford-David Cross giunge qui al suo ultimo atto. Di fatto, però, si tratta già di un trio, con Cross solo in veste di session-man , insieme agli ex-crimsoniani Ian McDonald, Mel Collins, Robin Miller e Marc Charig.
Tanto "monolitico" quanto il leggendario debutto, "Red" corona in realtà una rivoluzione annunciata dai dischi che lo hanno preceduto. "Lark's Tongues In Aspic" (1973) e "Starless And Bible Black" (1974) avevano infatti testimoniato la volontà di Fripp di scardinare i dogmi del prog, inseguendo un chitarrismo sempre più squadrato e ossessivo, che diverrà poi oggetto di maniacale vivisezione nel decennio 80.
Senza disperdere l'afflato romantico e solenne che aveva fatto la fortuna dei primi King Crimson, dunque, il leader supremo ne opera l'ennesima palingenesi, inventandosi una sorta di heavy-prog che - a rischio di incappare nell'ossimoro - verrebbe da definire asciutto, tanto è aspro e affilato. Fripp si conferma genio bifronte: da un lato il colto avanguardista che insegue una prospettiva "artistica", dall'altro il musicista rock che sa come colpire allo stomaco l'ascoltatore. Ecco allora i ferri del mestiere del prog - violino, tastiere, oboe, mellotron - convivere con gli assalti chitarristici di un ensemble mai così aggressivo, in un disco che suona come una liturgia nera, con la sua inquietante simbologia ("red nightmare", "fallen angel", "bible black"...).
L'iniziale title track , suite strumentale nel solco di "Larks' Tongues In Aspic Part II", è subito un saggio di questo sound vorticoso e sovraccarico d'energia. Unico brano suonato solo dal trio, si dipana tra le distorsioni e le progressioni della chitarra, supportate da una ritmica impetuosa: puro prog-metal ante litteram. L'altro pezzo tiratissimo è "One More Red Nightmare": il riff di "Red" viene leggermente variato e avvolto in spirali tenebrose, dove la chitarra frippiana più volte s'incrocia con i sax di McDonald e Collins; ma il vero protagonista è Bruford, autentica piovra del drumming con le sue evoluzioni spaventose. Sonorità dure, che si fanno quasi noise nell'altro deliquio strumentale di "Providence", dove la band si lancia in un'improvvisazione a briglie sciolte: il dialogo tra il violino di Cross e i power-chord del basso di Wetton prepara il terreno alla nuova pioggia di dissonanze di Fripp, mentre Bruford s'avventura in tortuosi cambi di pattern .
L'anima romantica del Re Cremisi si specchia nella ballata jazz-rock di "Fallen Angel", intonata da Wetton nel suo tipico registro caldo e morbido: l'acustica di Fripp e l'oboe di Robin Miller inventano una melodia, che presto si tinge di umori psych nel refrain, tra gli inserti di sax e chitarra elettrica e le incursioni di Charig al corno.
Ma è solo un antipasto dell'apoteosi conclusiva di "Starless", capolavoro del disco e suite definitiva dell'intero prog-rock: dodici minuti al calor bianco, tra quiete cosmica e tensione parossistica, in uno spettacolare avvicendarsi di interventi strumentali e spiazzanti cambi di ritmo. Si parte con l'incanto antico degli archi e del mellotron, l'evocativa frase di Fripp e il lamento amaro di Wetton disegnano la stupenda melodia, intercalati dal sax di Collins; quindi la pausa del bridge , che si gonfia di tensione con la Gibson di Fripp a reiterare un accordo minimale e spingere la suspence allo spasimo, salendo vorticosamente di tono, fino all'esplosivo crescendo, cui prende parte tutto il gruppo, e alla ripresa del motivo iniziale del mellotron, stavolta a cura del sax, con il basso di Wetton a menare fendenti sullo sfondo.
Il cielo è senza stelle, gli angeli cadono e il Re sta per congedarsi dalla sua corte. Forse per questo Fripp e compagni si mostrano per la prima volta (e sarà anche l'ultima) in copertina: tre volti scavati nel sobrio fondale nero. Il testamento dell'evo prog? Può darsi. Più probabilmente è il suo definitivo traghettamento in una nuova era. Quando "Red" uscirà nei negozi, la band sarà già sciolta; si ricomporrà negli anni 80, in un assetto profondamente rinnovato, agli ordini del suo despota illuminato, Robert Fripp, ormai perfettamente inserito nella nuova scena musicale, anzi quasi nume tutelare della wave generation, grazie alle sue oblique sperimentazioni. Ma questa - è proprio il caso di dire - è un'altra storia. (Ondarock)

Tracklist
1.Red
2.Fallen Angel
3.One More Red Nightmare
4.Providence
5.Starless

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venerdì 2 settembre 2011

Douglas Preston & Child Lincoln - L'Isola della Follia (2010)

L' isola della follia

Il tempo della verità è arrivato, per l'agente Aloysius Pendergast. Sono passati dodici lunghi anni da quel tragico incidente in Africa, quando lui e Helen, giovani sposi, stavano dando la caccia al Dabu Gor, un gigantesco leone dalla criniera rosso sangue mangiatore di uomini. Di fronte all'animale, però, Helen aveva mancato il colpo, e in un attimo da predatrice si era trasformata in preda. Impotente e disperato, Aloysius l'aveva vista morire davanti ai suoi occhi. Ma quando, a distanza di anni, nella dimora di famiglia in Louisiana, Pendergast imbraccia il lucile con cui Helen aveva sparato quel maledetto giorno, viene alla luce un dettaglio inquietante: l'unico proiettile rimasto è caricato a salve. Sua moglie non aveva sbagliato il colpo: non aveva mai sparato davvero. È chiaro che Helen è stata assassinata. Inizia così per il geniale agente dell'FBI, in coppia con il tenente del NYPD Vincent D'Agosta, l'indagine più difficile che abbia mai affrontato. Perché questa volta la posta in gioco è una sola: la vera identità di sua "moglie. A guidare Pedergast in un vorticoso e inquietante viaggio nel suo passato, la misteriosa ossessione che Helen gli ha sempre tenuto nascosto: un virus sconosciuto e mortale che precipita le sue vittime nel cuore oscuro della follia. Con "L'isola della follia" ritorna l'agente Aloysius Pendergast in un thriller teso e appassionante che si muove sull'ambiguo confine tra giustizia e vendetta.

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